I giudici liberano Colanzi e la moglie

4 Febbraio 2015

Non possono più inquinare le prove né ricommettere stessi reati, ma i loro beni per 3 milioni restano sequestrati

CHIETI. I giudici del riesame liberano Filippo Colanzi e la moglie Carmen Pinti ma non tolgono i sigilli ai beni della Emoter. Il difensore, Marco Femminella, ottiene metà di quanto aveva chiesto. «Ma è già un primo passo», commenta a caldo, poco dopo la decisione che revoca gli arresti domiciliari al re del trasporto terra coinvolto, con altri 17 indagati, nell’inchiesta della procura distrettuale antimafia dell’Aquila sul traffico illecito di terra e sassi dai mega cantieri dell’area metropolitana Chieti-Pescara a zone protette del lungofiume, prima fra tutte l’area dove sarebbe dovuto sorgere il Megalò 3. In meno di una pagina, i giudici spiegano perché i coniugi Colanzi non possono ripetere reati dello stesso tipo né possono più inquinare le prove. La premessa del tribunale del Riesame fa salva l’indagine della Forestale: «La gravità e la continuità delle condotte, oltre all’organizzazione sottesa alla loro realizzazione, potrebbero essere espressione di concretezza del pericolo di recidiva», scrivono i giudice definendo gravi i fatti contestati. Ma subito dopo danno un colpo alle indagini affermando che Colanzi, la moglie e un terzo indagato, il pescarese Massimiliano Di Cintio, anch’egli liberato, sono stati arrestati all’inizio di gennaio per fatti vecchi di due anni: «Il tempo decorso dalla consumazione dell’ultima delle condotte contestate (consumata nell’aprile del 2013)», si legge infatti sull’ordinanza del Riesame, «tenuto conto che le indagini non riscontrano la prosecuzione delle condotte illecite, pur avendo i prevenuti continuato il normale esercizio della loro attività imprenditoriale, esclude che le relative esigenze rivestano il carattere dell’attualità». Ma il pericolo che i reati si ripetano, aggiungono i giudici, è scongiurato dal fatto che i beni dei Colanzi restano sotto sequestro preventivo finalizzato alla confisca. Parliamo di capannoni, società, aree e mezzi per un valore equivalente di 3 milioni di euro. Il che esclude che i 30 dipendenti della Emoter possano tornare al lavoro.

Passiamo infine all’ultima parte dell’atto dei giudici aquilani che mette a fuoco il pericolo d’inquinamento delle prove. E che non c’è più perché: «Il procedimento è aperto dal 2013, per cui deve ritenersi sicuramente acquisita la maggior parte degli elementi di indagine e gli esiti ormai raggiunti dall’attività inquisitoria sono così ricchi e cospicui da rendere del tutto irrilevante una qualsivoglia condotta d’inquinamento probatorio». Ma in quest’ottica resta interdetto dall’attività Emanuele Colanzi, figlio di Filippo. E non poteva essere altrimenti.