Il giudice: l’omicida ha agito d’istinto

Ecco le motivazioni della condanna a 5 anni per il tunisino che ha colpito Ranieri, i familiari della vittima rinunciano all’appello
PAGLIETA . Si è sentito «confuso e intimorito dai discorsi di quell’uomo tanto più grande d’età, stravagante nell’abbigliamento e nell’atteggiamento» e ha reagito «in modo eccessivo ed inconsulto, sferrando un pugno al volto, un solo colpo». Così il gip del tribunale di Roma, Claudio Carini, motiva la condanna a 5 anni di Jelassi Mohamed Aziz per l’omicidio di Umberto Ranieri. Una pena considerata esigua dalla famiglia dell’artista 53enne di Paglieta, morto dopo essere stato aggredito per aver invitato alcuni giovani a non sporcare il parco pubblico di largo Preneste, a Roma. Le motivazioni della sentenza, emessa nel dicembre scorso, rinnovano ora la delusione dei familiari, che rinunciano a presentare appello.
LA CONDANNA. Al processo il legale della famiglia Ranieri, l’avvocato Giacinto Ceroli, aveva chiesto una condanna esemplare per il 18enne romano di origini tunisine, dopo che ci erano voluti tre mesi per individuare l’omicida. Il 17 marzo 2019 Jelassi ha colpito al volto Umberto Ranieri per aver richiamato lui e le sue amiche a non sporcare il parco con i semi di girasole. I tre erano poi fuggiti, rintracciati solo dopo mesi di indagini dei carabinieri. Il 18enne è stato condannato a 5 anni per omicidio preterintenzionale. La pena base di 11 anni è stata ridotta a 7 anni e mezzo con il riconoscimento delle attenuanti generiche e poi a 5 per la scelta del rito abbreviato. Adesso le motivazioni della sentenza -depositate a febbraio ma, dopo il blocco causa Covid, giunte solo nei giorni scorsi nelle mani della famiglia- non lasciano molti margini per un eventuale appello.
PUGNO FATALE. Malgrado un solo pugno sferrato al volto di Ranieri, il giudice riconosce il nesso causale con il decesso dell’artista. È «conseguenza diretta ed immediata», sottolinea il gip Carini, «delle numerose e gravi fratture al capo riportate dalla vittima nell’impatto contro la pavimentazione del giardino pubblico». Tuttavia, rileva il giudice, «quanto accaduto è evento raro, quasi irripetibile: non è usuale che un solo pugno al volto, sebbene non lieve, produca conseguenze tanto devastanti».
NO FUTILI MOTIVI. «Non può ritenersi», scrive ancora il giudice, «che il pugno sferrato da Jelassi sia stato ispirato da un motivo futile, atteso che il giovane non ha agito deliberatamente, d’iniziativa, ma reagendo a una sollecitazione esterna, proveniente da uno sconosciuto e a cui aveva inizialmente tentato di sottrarsi pacificamente. Reazione certamente eccessiva e da evitare, ma non volta a sfogare un impulso criminale». «Jelassi», continua il gip, «aveva compiuto i 18 anni da appena un mese e il grado di maturità ed autocontrollo non può che essere valutato alla stregua della giovanissima età: incensurato, senza pendenze e mai nemmeno foto-segnalato, dopo un buon percorso scolastico aveva trovato lavoro, era dedito ad attività sportiva e coinvolto in lodevoli iniziative sociali. Quella sera, al parco si è evidentemente sentito confuso e intimorito dai discorsi di quell'uomo».
LA FUGA. «Istinto comprensibile in ragazzi di quell’età», ritiene il giudice, «più spaventati dell’accaduto e per il gesto compiuto che realmente indifferenti alla sorte della vittima». Fuga e mancata presentazione alle autorità vengono compensate, si legge ancora, «dal successivo comportamento processuale ispirato ad ammissione delle proprie responsabilità». La sentenza non è stata impugnata neanche dal pm, che in primo grado aveva chiesto 8 anni e 4 mesi. «La famiglia è delusa», dice l’avvocato Ceroli, «ma le motivazioni lasciano poche possibilità per il ricorso. Continueremo senz’altro la causa civile, visto che Jelassi è stato condannato a risarcire il danno». A papà Filomeno e mamma Anna resterà la sensazione che sulla morte di Umberto solo in parte sarà stata fatta giustizia.

