Il maestro è russo: «Suoniamo per la pace»

25 Maggio 2022

Yablonsky, direttore d’orchestra ebreo nato a Mosca: Chieti è una città bellissima, il teatro è splendido

CHIETI. La storia del maestro Dmitry Yablonsky meriterebbe un film. Ebreo, nato a Mosca nel 1962, ha la musica nel sangue grazie alla passione dei suoi genitori (sua madre Oxana, fuoriclasse del pianoforte e suo padre Albert, cultore dell’oboe). Dmitry ha suonato ovunque, diventando un’icona di pace e fratellanza pur partendo da un Paese, come l’Unione Sovietica degli anni Settanta, che di aprirsi al resto del mondo non voleva saperne. «Lasciare l’Unione Sovietica in quel periodo non era affatto semplice», ammette il maestro. Quasi 50 anni dopo quella fuga verso New York, che gli ha cambiato la vita, Yablonsky è il direttore dell’orchestra dei Virtuosi di Kiev, una prova vivente che ucraini e russi sono popoli fratelli, nonostante tutto. «Sono nato a Mosca ma lavoro con un’orchestra ucraina. Noi musicisti possiamo solo usare la musica per trasmettere un messaggio di pace». Ha cominciato a masticare il violoncello da quando aveva 5 anni, a 9 aveva già debuttato sul palco. A 26 anni ha diretto per la prima volta un’orchestra, dopo essersi formato in giro per gli Stati Uniti. Ma il suo legame con l’Italia è fortissimo: «Nel 1975 passai 6 mesi in Italia, a Roma, e negli anni sono stato tante volte nelle Marche. L’Italia è rimasta nel mio cuore e posso dire con orgoglio che questo Paese è il più bello del mondo. Lo vedo come un grande museo. E poi avete sempre dato rifugio a chi ne aveva bisogno e questo per me è fantastico». L’amicizia con il maestro teatino Giuliano Mazzoccante gli ha aperto una finestra sull’Abruzzo, ma è stato il Teatro Marrucino a fare breccia nel suo cuore. «È fantastico stare qui a Chieti e spero che possiamo fare bei concerti. Il Marrucino? Non ho parole per descrivere quanto è bello questo teatro». Qui da noi sarà libero di suonare ciò che vuole, una cosa che non gli capita spesso: «Per me è ridicolo censurare alcuni grandi autori, ma mi è capitato in diverse occasioni di non poter suonare ciò che volevo. In Israele, ad esempio non posso suonare Wagner e sono stati limitato anche in Azerbaigian. Eppure io credo che la musica sia lo strumento di pace più grande del mondo. Per questo ringrazio chi ci ha permesso di poter fare musica qui a Chieti, che è una città bellissima». La parola che Dmitry ripete più volte quando prende in mano il microfono è ‘grazie’. L’accoglienza ha fatto breccia anche nel cuore di chi ha visto tutte le meraviglie di questo mondo. (d.b.)