«Il mio occhio per Fellini, Quagliarella e il Miserere»

10 Febbraio 2019

Il fotografo Sergio D’Andrea svela la sua infinita collezione di scatti cittadini  «Il grande regista mi chiamava pecoraio. Che emozioni il Chieti e la Processione»

CHIETI. «Pecoraio, c’è un buon ristorante al tuo paese ? Mi sto mettendo in viaggio». La replica: «Maestro, certo che c’è. L’accompagno io. Comunque, con tutto il rispetto, Chieti non è un paese. È una città. Una bella città». Allora. Il “maestro” è il grande Federico Fellini, il “pecoraio”, invece, è Sergio D’Andrea, sicuramente qualcosa di più di un apprezzato fotografo.
IL RISOTTO DI FELLINI. Una storia singolare, quella che Sergio racconta sorridendo: «A vent’anni mi trasferii a Roma per lavorare in un grande laboratorio di sviluppo e stampa e frequentavo abitualmente Cinecittà. Ero un tecnico ma ebbi comunque modo di conoscere diversi personaggi del mondo del cinema tra cui lo stesso Fellini, che, chissà perché, mi prese in simpatia. Quando tornai a Chieti andai a salutarlo e lui mi chiese un recapito telefonico. Non c’erano i cellulari e gli lasciai il numero di mia madre che, anni dopo, al mio ritorno a casa, disse che mi aveva cercato un certo Fellini, non immaginando che si trattava del grande regista, e che avrebbe richiamato. Richiamò, puntuale e preciso, continuando a chiamarmi, appunto, pecoraio come faceva scherzosamente dal momento che ero abruzzese. Pranzò assieme alla moglie Giulietta Masina, erano davvero inseparabili, al ristorante Venturini ed apprezzò in particolare il famoso risotto della casa. Tornò diverse volte, l’Abruzzo gli piaceva e, andando a Rimini, preferiva percorrere l’autostrada adriatica. Poi, magari, anche perché aveva in simpatia quel giovane teatino intraprendente ma anche un po’ in soggezione davanti al grande Fellini». Ovviamente notato per le vie cittadine in compagnia di Sergio fino a spargersi la voce che avrebbe ambientato un film a Chieti. «Non era così, anche se la città lo interessò ed una volta mi disse anche che non era valorizzata come avrebbe meritato».
SCATTI NEROVERDI. Dall’amarcord, è il caso di dirlo, su Fellini, al lavoro di Sergio che aveva intanto aperto un negozio di fotografia diventando un autentico punto di riferimento. «Proposi idee nuove, al passo con i tempi che cambiavano rapidamente». Due grandi passioni. «Iniziai a seguire da bordo campo le partite del Chieti. I calciatori tengono parecchio alle foto di gioco e, nel mio negozio, sono passati in tanti. Tra quelli che hanno avuto una carriera importante, ricordo la grande carica agonistica, che ora rivedo nel figlio, di Enrico Chiesa, il garbo e la timidezza di Fabio Grosso ed il rapporto umano che si era stabilito con Fabio Quagliarella al quale un giorno, in negozio e alla presenza del padre, profetizzai, senza incertezze, un grande futuro. Non mi ero sbagliato e ne sono felice».
DAL MARRUCINO A CUBA. Poi il teatro. «Ho collaborato per diversi anni con il Marrucino. Tante stagioni di prosa, tanti attori importanti, tra cui Luca De Filippo, artista e persona di grande spessore, ed imparai con il tempo i segreti del fotografo di scena. Dal catturare le espressioni degli artisti a come muoversi attorno al palcoscenico. Mi chiamavano “il topo”. Schizzavo fuori dappertutto».
I TEMPI CHE CAMBIANO. In arrivo l’era dei selfie e delle foto scattate con il cellulare. «Un fatto positivo. La passione per l’immagine è cresciuta e, se sicuramente si vendono meno pellicole, esiste maggiore attenzione per album e video. Matrimoni e cerimonie, avvenimenti vari e viaggi. No, non sento aria di crisi». Altro punto fondamentale dell’attività di Sergio D’Andrea la collezione di foto d’epoca di varie località abruzzesi e di Chieti in particolare. «Oltre mille cartoline ed una puntuale rassegna di foto storiche e della Processione del Venerdì Santo. A cominciare dai preparativi, al mattino, presso la cripta della cattedrale. Un momento unico per l’intera città e per il mio obiettivo». Anni fa Sergio ha partecipato a Cuba ad un prestigioso evento culturale dedicato alla moda e all’artigianato. «Un’esperienza indimenticabile, Una grande emozione nel vedere le mie foto esposte e pubblicate in prestigiosi cataloghi e sui giornali locali nonché nel raccogliere l’apprezzamento di tante personalità e di illustri colleghi». Sicuramente grande, anche se disincantata, la passione per Chieti. «Se a Roma si fanno cinque ore di fila senza lamentarsi per entrare nella Cappella Sistina, qui due minuti di coda vengono vissuti con fastidio. Tipico di una realtà dove tutto deve essere comodo e a portata di mano».
I BRIVIDI DEL MISERERE. Tra tanti “scatti”, ovviamente, anche vari episodi di vita cittadina, a cominciare da quelli della tangentopoli del 1993 ma, oltre ai profili di una splendida Chieti innevata, c’è una foto alla quale Sergio è particolarmente legato? «All’interno dei Templi Romani, ad una precisa ora del mattino, un raggio di sole, da una fessura, illumina un pozzo all’interno della struttura. Fantastico. Però, pensandoci bene, guardando un’immagine di dieci anni fa, subito dopo il terremoto, dove all’imbrunire il Coro del Miserere, girando le spalle alla città, fatto unico nella storia della Processione che si allungò nell’occasione su un percorso diverso da quello tradizionale per motivi di sicurezza, lancia un possente canto di dolore e partecipazione verso il Gran Sasso, avverto lo stesso brivido che mi attraversò nello scattare quella foto dall’anfiteatro della Civitella». Quella foto è lì, nel suo negozio. Sergio la mostra e, anche stavolta, si commuove.
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