«Il nostro capo è un re, come Pablo Escobar»
VASTO. Controllava il territorio e dettava la sua legge. Di più: «Era come un capomafia». Così Dritan Mici è descritto nelle carte dell’inchiesta condotta dalla Direzione distrettuale antimafia dell’A...
VASTO. Controllava il territorio e dettava la sua legge. Di più: «Era come un capomafia». Così Dritan Mici è descritto nelle carte dell’inchiesta condotta dalla Direzione distrettuale antimafia dell’Aquila. «Mici», si legge, «è il punto di riferimento, nel comprensorio che si estende dall’area di Vasto e San Salvo fino all’Alto Vastese, per numerosi personaggi che si rivolgono a lui, ancor prima che alle forze dell’ordine, per dirimere problematiche delinquenziali quale sicuro risolutore».
L’INTERCETTAZIONE
Tra le richieste di intervento, sempre secondo l’accusa, appare «indicativa» quella di un imprenditore di San Salvo che lavora nel settore di liquori e bevande e sostiene di non essere stato pagato da alcuni appartenenti alla comunità rom. È il 30 settembre del 2019 quando l’imprenditore in questione telefona a Mici, che ha il cellulare intercettato, rappresentandogli una problematica avuta da un suo dipendente durante una consegna della merce: «L’operaio», dice, «è andato a scaricare agli zingari. Non lo hanno pagato. Gli volevano menare». Poi, c’è il racconto della minacce ricevute («Vattene», «mo li vedi gli schiaffi al muso», «noi i soldi non te li diamo»). A questo punto, arriva la rassicurante risposta di Mici: «Ci penso io». Il giorno successivo, il boss albanese contatta l’imprenditore e gli fa intendere di aver risolto la problematica di cui era stato investito: «Domani ti pagano i soldi», assicura. Secondo il giudice, in estrema sintesi, si tratta di un episodio in linea con «metodi di chiara connotazione mafiosa» e con «il ruolo di controllo del territorio riconosciuto al sodalizio criminale».
gli altri colloqui
Ma c’è anche un’altra intercettazione ritenuta particolarmente significativa. Eccola: «Il re è Toni, non io! Io sono il viceré». Toni è Dritan Mici, definito appunto il capo indiscusso della banda, e a parlare è Rodolphe Pinto, il suo braccio destro. La conversazione avviene all’interno di un bar di Vasto, dove i carabinieri del nucleo investigativo di Chieti e le fiamme gialle del nucleo di polizia economico-finanziaria hanno installato una microspia. L’interlocutore di Rodolphe è Jozef Mici, 22 anni, il figlio di Toni. Il giovane vanta il padre senza mezzi termini: «Quello è come... come Pablo Escobar o Tony Montana». La conclusione a cui arrivano gli inquirenti è allarmante: «Si tratta di un’associazione strutturata per operare con il sistematico e abituale ricorso alle armi e, comunque, per forza intimidatoria dei singoli e del gruppo e per il ricorso a gesti violenti, di carattere estremamente pericoloso. La forza e le armi vengono utilizzate non soltanto verso i gruppi rivali, ma anche nei confronti di chi non mostri rispetto ai suoi appartenenti». (g.let.)
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