Il premio di Remo Rapino salva le Feste di settembre

Domani sera lo scrittore che ha trionfato al Campiello parla alle Torri Montanare «Il mio è un libro d’amore: invita ad accettare la diversità e ad accogliere gli altri»
LANCIANO. In una Lanciano “orfana” delle festività patronali, causa Covid, ci pensa il successo di Remo Rapino al Premio Campiello a ridare gioia e colore a questo strambo settembre. Un totem celebrativo in piazza Plebiscito al posto delle luminarie e domani, giorno della tradizionale Nottata, l’incontro con i cittadini alle Torri Montanare (ore 19,30): così i lancianesi aspetteranno lo sparo, quest’anno solo simbolico, delle 4 di mattina e la messa in cattedrale celebrata dall’arcivescovo Emidio Cipollone. «Grazie Remo, hai dato a questo strano settembre un colore bellissimo, quello delle tue emozioni», lo accoglie il sindaco Mario Pupillo nella prima uscita ufficiale del Premio Campiello nella sua città, «siamo orgogliosi che tu sia lancianese, la tua opera rimarrà nella storia della letteratura e in quella di Lanciano». Lo scrittore frentano, 69 anni, non nasconde il suo stupore per una così calda accoglienza. «Ho capito che in tutto questo c’è tanto amore», commenta, «io stesso mi sono accorto solo alla fine di questo percorso, dopo tanti giudizi, di aver scritto fondamentalmente un libro d’amore, che invita ad accettare la diversità e ad accogliere gli altri e l’altro da sé. È un libro di porti aperti e non di muri alzati. Questa frase», sottolinea, «mi è piaciuto ripeterla tante volte proprio in Veneto, nella patria della Lega. Mi divertiva vedere le facce un po’ basite. Tra l’altro sono stato anche nello stesso albergo di Salvini, una punizione terribile». È un Rapino a viso aperto quello che incontra giornalisti, amministratori comunali e amici, nella ex Casa di conversazione. Non risparmia aneddoti, racconti delle tante esperienze fatte in questi mesi in giro per l’Italia e anche qualche critica. «Scrittori e critici mi hanno detto che il mio era un libro unico, che meritava di vincere lo Strega», dice Rapino, «ma questo non è possibile. In Italia c’è un problema nel rapporto tra letteratura, cultura e commercializzazione. Mi chiamavano l’alieno, ma mi sono accorto che posso parlare alla pari di tutti gli altri. Non voglio entrarci in questo mondo, sono un po’ come Liborio. Anzi, Liborio se mua». Elemento forte del romanzo è la lingua del protagonista, il dialetto lancianese portato all’attenzione nazionale. «In tanti incontri a cui ho partecipato», dice l’autore, «c’era sempre qualcuno che cercava di darne una spiegazione, ora scomodando Joyce o citando Fante, poi Camilleri e Silone. Io ridevo dentro di me. Voglio chiedere scusa al futuro scrittore che fra 50 anni si sentirà definire rapiniano». Il protagonista del romanzo è un personaggio inventato e universale, ma nasce dai racconti, dai personaggi, dai luoghi e dai fatti storici accaduti in città. «Lanciano non è mai nominata ma c’è dentro tutta, in molti aspetti», conferma Rapino, «mi fa piacere che in alcune presentazioni, come a Parma, qualcuno mi abbia detto: “Conosco la storia degli Eroi Ottobrini, lei sta parlando di Lanciano”. A Torino invece mi è successa una cosa curiosa. Viene un signore e mi dice: “Sono venuto per curiosità perché mi chiamo Bonfiglio Liborio”. Ed io: “Mi dia i documenti perché non ci credo”. Era vero, di origini pugliesi». Ci si commuove e si ride leggendo Liborio, come anche ascoltando il suo padre letterario. «Dopo la vittoria, mi hanno chiesto se ero emozionato. Ho risposto: emozionato sì, ma non come quando il Lanciano è andato in serie B». I prossimi giorni sono fitti d’impegni, su e giù per lo stivale. «Ieri mi ha chiamato Vittorio Sgarbi», racconta Rapino, «mi ha invitato a Sutri: “Compatibilmente con i miei impegni”, ho risposto. E mo mi viene a prendere il 18 con l’auto, perché mica pozz ji a cuscì, eh il Campiello».

