Il primo malato in città racconta: anno terribile, rispettate le regole

6 Marzo 2021

Parla il 34enne contagiato a Reggio Emilia e che, al rientro, fece scattare la quarantena per 49 contatti «Ci si deve passare per capire di che cosa si tratta. Ma dove sono i controlli delle famiglie sui giovani?» 

LANCIANO. Ha 34 anni, un anno terribile alle spalle, con il Covid-19 che gli ha cambiato per sempre la vita, una compagna, un lavoro e un figlio in arrivo. Ma quella di Nicola (nome di fantasia, non pubblichiamo quello vero per rispetto della privacy) non è una favola a lieto fine, tutt'altro. La sua è una storia di giorni infiniti strappati all'angoscia, di ore lente infilate una dentro l'altra nell'attesa, di aria da mordere e pensieri terribili da scacciare. Nicola è il contagiato 1 di Lanciano. Il suo personale calvario in un anno di centinaia, migliaia di storie come e anche peggio della sua, è iniziato il 6 marzo 2020. Era tornato giorni prima, il 20 febbraio, da Reggio Emilia con tre colleghi per un corso di formazione e si sentiva febbricitante, stanco, gli occhi che bruciavano. Il 6 marzo, già in ospedale a Chieti, dove si era recato spontaneamente da solo, la sentenza.
I GIORNI DIFFICILI «Mi ricordo la solitudine», racconta oggi, provato dall'ondata di contagi che sta travolgendo con violenza la città, «il fatto di non aver dormito per 12 giorni con nella testa il rumore del respiratore di ossigeno giorno e notte. Non mi hanno intubato, mi hanno preso in tempo, ma ricordo che nessuno entrava in stanza e che i medici correvano da una parte all'altra. Ero uno dei primi contagiati a Chieti, dopo qualche giorno ho cominciato a sentire le ambulanze e l'affanno e la paura del personale sanitario con i casi che crescevano. In quei giorni nessuno sapeva esattamente cosa fare. Ricordo di un solo medico che, a dispetto di tutto e tutti, iniziò a somministrarmi la terapia prima ancora del responso del tampone: sembrava conoscesse il Covid da sempre».
I BRUTTI RICORDI «Mi sono sentito un appestato», sospira, «e con me tutta la famiglia entrata immediatamente in quarantena (in tutto furono 49 le persone coinvolte nell'isolamento, ma nessuna risultò contagiato, ndc) e la mia ragazza. E anche dopo, quando ho dovuto continuare a fare controlli su controlli, in ambulatori e ospedali mi si creava il vuoto intorno. Ho avuto attacchi di panico e sono stato in terapia psicologica. Ricordo il dolore delle punture arteriose sulle mani. Le infermiere portavano due paia di guanti, sudavano e tremavano sotto la tuta, la vena non si trovava quasi mai. Mi sono diventati gialli i polsi».
LA LENTA RIPRESA «Sono tornato al mio lavoro di elettricista il 1° aprile», dice, «ed è stata la cosa che mi ha salvato un'altra volta la vita. Avevo l'affanno, dovevo morsicare l'aria per respirare, barcollavo. Ma a livello mentale era quello che mi serviva. Ho dovuto prendere per mesi degli psicofarmaci, ma se non fossi tornato alla vita di prima sarebbe andata peggio. Mi sono sentito completamente ristabilito solo 8 mesi più tardi, ma devo ancora seguire una terapia e una dieta per l'intestino, massacrato per i tanti farmaci assunti».
COSA HA IMPARATO «Avevo avuto altre esperienze molto negative e traumatiche prima del Covid», dice Nicola, «come la perdita dei miei genitori. Ma questa volta ho imparato che la vita va vissuta, sempre. Che non bisogna mai rimandare a domani quello che si può fare oggi e che l'umanità va conservata anche nei momenti più drammatici».
OGGI «Sono più accorto di prima, ma non a livelli patologici», sorride, «certo mi fa rabbia vedere persone che si ostinano a non portare la mascherina o che la indossano male. So che chi non capisce, non lo farà solo perché gli racconto la mia storia. Ci si deve passare per capire. Ho visto che i ragazzi dal centro si sono spostati nelle periferie per stare insieme senza controlli. È una cosa che mi fa male vedere: dove sono i controlli, dove sono le famiglie? Non augurerei il Covid nemmeno al mio peggior nemico».
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