Il racconto choc della paziente: «Io, malata di tumore: la Asl mi ha lasciata senza terapie. Da giorni nessuna chiamata»

La donna a gennaio 2025, si è rivolta ai carabinieri:
«Persone affette da gravi patologie costrette a fare la fila per ben tre volte»
CHIETI
Funziona così. Hai una ricetta per due scatole di farmaci salvavita. Vai alla farmacia dell’ospedale, consegni la carta, ma di scatole te ne danno una sola. La logica del risparmio a tutti i costi contro il diritto alla salute. È da questa assurdità, messa nero su bianco in una lettera, che è scattata l’indagine dei carabinieri del Nas di Pescara sulla Asl Lanciano Vasto Chieti.
Niente giri di parole. A scrivere ai militari (e anche all’azienda sanitaria) è una paziente esasperata, malata di tumore e sottoposta a «terapia radiochemioterapica». Denuncia che la farmacia ospedaliera di Vasto, «pur pretendendo l’impegnativa per due confezioni di farmaci, ne consegna solo una». Il risultato è un pendolarismo della malattia che costringe «i pazienti a recarsi in loco almeno due volte al mese». Un pedaggio estenuante per chi già combatte con una patologia grave.
Il corto circuito esplode a gennaio 2025. La donna deve allontanarsi dall’Abruzzo, ha visite e impegni programmati. Gioca d’anticipo. Va in farmacia «qualche giorno prima di restare scoperta con la terapia». Si mette in coda. Aspetta mezz’ora buona. Poi arriva il suo turno e il sistema mostra la sua faccia peggiore. L’infermiera allo sportello ritira la prescrizione e le dice, candidamente, «che non ancora ordinava il farmaco e che comunque ero ancora coperta per qualche giorno». La soluzione proposta? Un rattoppo: avrebbe chiesto una scatola in prestito a un altro presidio, poi avrebbe fatto arrivare la seconda.
Tre viaggi per un diritto. La paziente non ci sta e si ribella allo sportello. «Questo modus operandi mi avrebbe costretta ad andare in loco almeno tre volte», scrive, «per cui ho protestato dicendo che avrei presentato una denuncia, in quanto non ritengo corretto costringere persone affette da grave patologia e spesso affette da dolori e malessere generale ad andare ben tre volte a fare la fila per ottenere quanto di diritto». È la rabbia di chi rifiuta di elemosinare ciò che gli spetta.
La donna parte. Il lunedì successivo le squilla il telefono. È la farmacia, la avvisano di passare a ritirare una sola confezione. Lei, ormai fuori regione, ribadisce: «Avrebbero dovuto chiamarmi quando avevano ambedue le scatole».
Da quel momento, il silenzio: «Ad oggi, sono scoperta dalla terapia da ben tre giorni e non ho ancora ricevuto alcuna chiamata per la consegna del farmaco». Tre giorni senza salvavita. Un azzardo inaccettabile sulla pelle dei malati.
Eppure, dietro il vetro dello sportello non c’è sadismo. La scelta dei farmacisti di consegnare farmaci non completi non è presa a cuor leggero, ma è l’unico modo per consentire ai pazienti di non rimanere senza medicinali.
Una trincea quotidiana, tanto che gli stessi farmacisti, in merito alla loro decisione di «sconfezionare» le scatole, si sono difesi e hanno invocato l’articolo 54 del codice penale, vale a dire lo stato di necessità. Ma perché le scorte scarseggiano? Questa carenza di medicinali è dovuta, secondo la procura di Chieti (diretta da Giampiero Di Florio), alle precise scelte degli allora vertici della Asl di tagliare la spesa farmaceutica.
Una scure sui conti pagata dai malati, al punto che l’ex direttore generale Thomas Schael, l’ex direttore amministrativo Giampaolo Grippa e l’ex direttrice sanitaria Flavia Simonetta Pirola sono finiti indagati per interruzione di un servizio di pubblica necessità.
Ma la lettera è anche un racconto più generale di ciò che avviene a Vasto. La donna ascolta e guarda. Parla con anziani «che si trovano nella mia stessa situazione». Vede file infinite, senza alcuna logica di umanità. Non viene data «la precedenza», denuncia, «ai disabili o pazienti che si recano direttamente sul posto perché non hanno nessuno che può andare per loro». I più fragili, quelli soli, restano lì, obbligati «ad attendere addetti all’assistenza che escono poi con più buste colme di farmaci in quanto, facendo una sola volta la fila, ritirano le terapie per più pazienti».
La parte finale della lettera è un appello. La donna chiede «provvedimenti a riguardo, a tutela di tutti i pazienti che purtroppo necessitano di servirsi obbligatoriamente della farmacia ospedaliera».
Quell’appello non è rimasto chiuso in un cassetto: è diventato l’innesco di un’inchiesta che ora vede sotto accusa gli ex vertici della Asl.
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