Il racconto dei carabinieri infiltrati tra i neofascisti: «Così progettavano attentati»

Parlano al processo i due agenti che hanno indagato sotto copertura nel 2014: «Volevano sovvertire l’ordine democratico uccidendo politici e immigrati»
CHIETI. Nomi in codice Monica Malandra e Piero Mastrantonio. Sono i due carabinieri sotto copertura che si sono infiltrati nell’associazione terroristica neofascista, capeggiata dall’ascolano Stefano Manni, che pianificava attentati per uccidere politici senza scorta, massacrare gli immigrati e fare esplodere le linee ferroviarie abruzzesi comportando il deragliamento di un treno passeggeri e una tragedia simile a quella dell’Italicus. Ieri, da mattina a sera, i due militari si sono collegati in videoconferenza con l’aula Matteotti del tribunale di Chieti: con le spalle alla telecamera e indossando il passamontagna, perché tuttora la loro vera identità deve rimanere segreta, hanno risposto alle domande del pubblico ministero Guido Cocco e degli avvocati dei sedici imputati, finiti alla sbarra perché accusati di aver costituito un gruppo con finalità di eversione dell’ordine democratico, incitando anche alla discriminazione, all’odio e alla violenza per motivi razziali, etnici e religiosi.
UDIENZA FIUME
Gli infiltrati, che durante l’inchiesta del Ros (Raggruppamento operativo speciale) si sono finti una coppia aquilana, hanno parlato per un totale di circa otto ore davanti alla Corte d’assise presieduta da Guido Campli, giudice a latere Maurizio Sacco, ripercorrendo le fasi dell’indagine sfociata in 14 arresti nel dicembre del 2014. Manni è stato già condannato in via definitiva (con il rito abbreviato) a sei anni di reclusione.
I TESTIMONI CHIAVE
«Ci siamo infiltrati all’interno dell’associazione dopo i primi contatti su Facebook», ha ricostruito l’agente sotto copertura Malandra. Sì, perché proprio sui social network la banda spargeva secchiate d’odio e violenza, utilizzando una valanga di profili falsi. Il piano eversivo prevedeva un doppio binario: «Il sodalizio criminoso veniva costituito nella sua versione segreta con la denominazione “Avanguardia Ordinovista” e, nella sua versione pubblica e ufficiale, con la denominazione “Centro studi progetto olimpo”. La finalità era quella di destabilizzare l’ordine pubblico e la tranquillità dello Stato italiano attuando la strategia della tensione per poi introdursi, tramite un’apparente attività lecita di partecipazione alle elezioni con il partito creato dai suoi membri, all’interno dell’ordine democratico quale unica soluzione alla destabilizzazione dell’ordine sociale».
L’INCONTRO ROMANO
«Il primo incontro in presenza con un membro dell’associazione», ha proseguito la carabiniera sotto copertura, «c’è stato con Maria Grazia Calligari (una delle indagate, ndr), a cena, nella sua casa di Roma. Lei aveva il compito di reclutare persone tramite Facebook e arrivare a capire quali fossero quelle affidabili. Io e il mio collega abbiamo superato, per così dire, anche il secondo “livello di verifica” quando ci ha portato da Manni».
LE AZIONI VIOLENTE
Secondo l’accusa, è lungo l’elenco degli attentati progettati. Tra quelli ricordati dai militari che operavano dietro identità fittizie ci sono gli assalti al mercatino etnico gestito dagli ambulanti di fronte alla stazione dei pullman di Pescara (da mettere in atto con liquido infiammabile, sparando con armi da fuoco nel mucchio e lanciandosi con delle auto sulla folla) e all’hotel Ariminum di Montesilvano (sempre con l’impiego di armi), dove erano alloggiati alcuni profughi stranieri.
IL PIANO PER LE RAPINE
La banda eversiva aveva pianificato «una serie di ulteriori delitti che dovevano servire ad approvvigionare l’organizzazione terroristica di armi, munizioni, esplosivi e denaro necessari per il compimento degli attentati». I carabinieri infiltrati hanno preso parte a due sopralluoghi in altrettanti supermercati di Montesilvano che dovevano essere rapinati con l’utilizzo di violenza e armi da taglio. Gli investigatori hanno ricordato anche un altro incontro, quello a cui ha partecipato il fruttivendolo teatino Franco La Valle, il quale «proponeva una partecipazione in azioni violente da mettere in atto su tutto il territorio italiano, affermando che “qua nella zona, chi fa l’azione sono io, io c’ho già diversi uomini con me”», facendo riferimento a non meglio precisati ultras del Chietino.
LA CACCIA ALLE ARMI
Gli imputati hanno cercato di acquistare armi in Slovenia, ma il piano è andato a monte per i costi eccessivi dell’operazione e per il rischio che si sarebbe corso introducendo in Italia il carico illegale dall’estero. A quel punto è stata organizzata una rapina nei confronti di un architetto di Pescara che deteneva fucili da caccia e munizioni. Per evitare che il progetto si concretizzasse, senza svelare le indagini in corso, è stato disposto un sequestro amministrativo dell’arsenale, motivato dal fatto che le armi venivano detenute senza le necessarie cautele. L’udienza fiume, iniziata alle nove e mezza del mattino, è terminata dopo le sette di sera. Si tornerà in aula il 30 novembre per il controesame di uno degli agenti sotto copertura e per ascoltare altri testimoni del pubblico ministero.
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