Il sacrificio dei 18 ebrei teatini

27 Gennaio 2019

La ricostruzione di Paziente (Anpi): famiglie perseguitate

CHIETI. Nel 1938, a conclusione del censimento del 20 agosto, in città c’erano 18 ebrei. A ricordare la loro storia e le vicende che seguirono con i decreti sulle leggi razziali è lo storico Filippo Paziente dell’Anpi. «I 18 ebrei», dice lo storico, «erano pacificamente integrati nella società civile e politica. Le famiglie Terracina e Trevi, le più numerose, composte entrambe di sei membri, professavano la religione ebraica, avevano la cittadinanza italiana ed erano iscritte al fascismo». I decreti del 5 e del 13 settembre 1938 (espulsione degli studenti e dei professori ebrei dalle scuole pubbliche) segnano la fine della convivenza pacifica con la piccola comunità ebraica teatina. Un campo di concentramento viene aperto anche nel capoluogo teatino, nei locali dell’asilo Principessa di Piemonte. «Dopo l’8 settembre», ricorda Paziente, «i tedeschi occupano la città e il territorio provinciale e inizia la lotta partigiana. I campi si aprono e gli ebrei cercano disperatamente di salvarsi dalla caccia spietata dei nazisti, impegnati, con la collaborazione dei repubblichini, nella folle attuazione della “soluzione finale”. La famiglia Terracina abbandona la città e si rifugia a Roma. Giorgio Trevi, ebreo non convertito al cattolicesimo, non chiede protezione a monsignor Venturi e sfugge alla cattura riparando a Penne. L’arcivescovo, che ha taciuto sulle leggi razziali, salva la vita alla docente di Lettere del Galiani Giulia Volterra nascondendola in un collegio di suore e aiuta gli ebrei fuggiaschi col sostegno economico del Vaticano. Anche persone generose e “giuste” proteggono gli ebrei e ne salvano alcuni, ma i nazisti ne catturano 25 e li spediscono nei forni crematori di Auschwitz-Birkenau. A Chieti nel dopoguerra la memoria del fascismo è stata rapidamente rimossa. Dopo la morte di Giorgio Trevi nel 1953 e di Giulia Volterra nel 1998», conclude Paziente, «in città non vi sono più cittadini ebrei».