Il saluto del procuratore: «Territorio ad alto rischio»

18 Maggio 2021

Testa: «Chieti fa gola alla criminalità organizzata, ma l’attenzione è elevata»

CHIETI. Il procuratore capo Francesco Testa saluta Chieti. Ieri è stato il suo ultimo giorno alla guida dell’ufficio giudiziario di via Spaventa, in cui era arrivato il 20 marzo del 2017: già in serata, per assumere il nuovo incarico, è volato in Lussemburgo, dove è nata la procura europea, l’organismo investigativo internazionale che si occuperà di perseguire i reati che ledono gli interessi finanziari dell’Unione. Dal primo giugno, Testa – 49 anni, originario di Catania – avrà la responsabilità della sede di Roma insieme ad altri due pm.
Procuratore, è arrivato il tempo dei bilanci.
«In questi quattro anni, ci siamo concentrati molto sulla criminalità economica, sui delitti contro la pubblica amministrazione e sui reati contro le fasce deboli. Spero che, durante il periodo della mia permanenza a Chieti, i cittadini abbiano compreso l’importanza del nostro lavoro per dare tutele e risposte alla collettività e a chi ha subito ingiustizie. Abbiamo cercato di essere tempestivi ed efficienti, portando i processi davanti al tribunale per arrivare a sentenza nei tempi più brevi e più giusti possibili. Ce l’ho messa tutta, insieme ai miei colleghi e alla polizia giudiziaria, per raggiungere questi obiettivi. Il livello di credibilità del sistema giudiziario e delle forze di polizia è elevato. Qui la gente si fida: quando ha problemi, va alla stazione dei carabinieri o in commissariato e racconta quello che è successo».
Qual è lo scenario della criminalità nell’area di competenza della procura di Chieti?
«È un territorio ad alto rischio di infiltrazioni da parte della criminalità organizzata e straniera. Non ci sono tutti gli anticorpi necessari per respingere certi attacchi. Mi spiego meglio: è un territorio sano, con un assetto sociale eccellente, tutt’altro che degradato. Ma bisogna stare ancora di più con gli occhi aperti perché si tende a pensare che vada tutto bene. In realtà, non è così. Questo territorio genera molti appetiti, perché potrebbe avere un ulteriore sviluppo industriale».
A cosa si riferisce quando parla di assenza di anticorpi?
«È antica l’idea di pensare all’Abruzzo come a un posto tranquillo. Se si sta bene attenti, non è affatto così».
C’è stato qualche campanello d’allarme?
«L’indagine sull’università telematica Da Vinci ha svelato con quale tranquillità e con quanta facilità siano stati depredati i fondi dell’università. È stata significativa anche l’inchiesta sulle false compensazioni fiscali: abbiamo scoperto una maxi frode da oltre 60 milioni di euro, per intenderci il bilancio di metà anno della Regione Abruzzo. Queste persone sono partite da Napoli pensando: “Andiamo a Chieti e mettiamo lì la base operativa, tanto non se ne accorge nessuno”. E invece ce ne siamo accorti. Una cosa è certa: l’attenzione delle forze dell’ordine è altissima. Ma c’è anche un altro aspetto che mi ha impressionato».
Quale?
«L’intensità dei riciclaggi di denaro sporco, una materia difficile sulla quale abbiamo lavorato parecchio. Mi riferisco, ad esempio, al patrimonio che abbiamo confiscato all’imprenditore Mauro Mattucci e ai ristoranti sequestrati a Chieti Scalo».
Dopo un anno dal suo arrivo in città, disse che Chieti non era affatto “la città della camomilla”, come spesso viene descritta. È della stessa idea?
«Lo confermo su tutta la linea. Vi assicuro che non mi sono annoiato per niente. Devo ringraziare di cuore il prefetto, il questore e i comandanti provinciali di carabinieri e guardia di finanza: tra le istituzioni, c’è stato sempre un gioco di squadra. Lasciare questa città mi addolora: mi sono trovato bene, mi sono affezionato. Ho trovato un contesto di persone che vogliono crescere e dare il massimo, gente animata da spirito di servizio autentico. Ma vado via anche con la serenità di chi sa di avercela messa tutta. Poi il tempo dirà se si poteva fare di più e meglio. Ma io non ho rimpianti».
Nel 2019 è entrata in vigore la legge sul Codice rosso per tutelare con maggiore tempestività le donne vittime di violenza.
«Per noi, questi tipi di reati erano già prioritari: seguendo le indicazioni del legislatore, la macchina è stata messa maggiormente a punto. Con la collaborazione del giudice per le indagini preliminari, siamo riusciti ad applicare le misure cautelari anche nel giro di quattro o cinque giorni dall’iscrizione della notizia di reato».
La pandemia quale effetto ha avuto sulla criminalità?
«Nella fase del lockdown più serrato, tra marzo e luglio del 2020, c’è stata una riduzione generalizzata delle notizie di reato alla quale, però, ha fatto da contraltare l’aumento dei reati informatici e delle violenze domestiche. Dopo la scorsa estate, è avvenuto ciò che temevamo, ovvero sono cresciuti i casi di usura e le frodi ai danni dello Stato».
Di cosa va particolarmente orgoglioso?
«Al di là delle indagini, anche l’impostazione data all’attività dell’ufficio ha funzionato. Mi riferisco ai servizi ai cittadini e agli avvocati, alla digitalizzazione e all’informatizzazione».
Un messaggio per il suo successore?
«Spero che possa ulteriormente migliorare quello che ho lasciato. Soprattutto, gli auguro di innamorarsi della procura di Chieti. Come è successo a me».
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