Parla il neo sindaco di Chieti

Intervista a Legnini: «Sono guarito dal tumore Mi sento un teatino vero Il mio faro è Berlinguer»

10 Giugno 2026

L’ex vice presidente del Csm si racconta nel primo giorno da sindaco:

«Quando Bersani lasciò nel mio ufficio mezzo sigaro ricominciai a fumare»

CHIETI

Sindaco Legnini, l’hanno bollata come “malato” durante la campagna elettorale. Ora può dire la sua verità.

«Sì, ho avuto un tumore. Mi sono operato subito, ora sono guarito. Sto bene e sono pronto a lavorare per Chieti».

Ha avuto paura di non farcela?

«No, mai. Ero preoccupato per le possibili terapie, ma è andato tutto per il meglio».

Le accuse degli avversari l’hanno ferita?

«È stata una cattiveria».

L’hanno anche chiamata “straniero”.

«Io? Mi sento un teatino vero. Questa città è storicamente accogliente, deve tornare ad esserlo. So come fare».

Lunedì pomeriggio 12.426 teatini hanno aperto le porte del Comune a Giovanni Legnini, il nuovo sindaco della città. Ma, ieri mattina, l’ex vice presidente del Consiglio superiore della magistratura (Csm) ha aperto al Centro le porte della sua casa in via Spaventa 16, nel cuore del centro storico. «Casa e bottega», spiega Legnini mentre ride e indica lo studio da avvocato che sorge nel palazzo di fronte, attraversata la strada. Dentro, l’appartamento, in cui il primo cittadino vive dal 1997 con la moglie Annarita Di Nizio, è una raccolta di cimeli, foto d’epoca, vecchi faldoni, dischi e libri d’abruzzesistica. Un ritratto di Berlinguer, i Quaderni di Gramsci (con il viso dell’intellettuale che prende tutta la quarta di copertina), la stretta di mano con l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano immortalata in una foto, un enorme raccoglitore di articoli di giornale che negli anni hanno parlato di lui. E ancora: vecchi videogiochi, cartoni animati in dvd.

Legnini, ci aiuti a orientarci.

«Questa casa, questa libreria raccontano una fase molto teatina della mia vita. Ma non solo: la pietra su quello scaffale è un pezzo del Muro di Berlino».

Un souvenir.

«No, un vero cimelio. Lo abbiamo preso nel 1990, il muro era stato buttato giù da pochi mesi».

Poco distante, una foto di Berlusconi con Obama in Abruzzo.

«Uno scherzo dei miei figli. Me la fecero trovare in ufficio, l’ho tenuta lì».

Lei, però, viene dalla Federazione giovanile comunista italiana.

«Il mio cursus honorum è stato coerente: dopo la Fgci, c'è stato c’è stato il Partito comunista Italiano, poi i Democratici a sinistra. Quindi l’Ulivo e il Partito democratico».

Un giovane comunista da barricate o già uomo degli istituzioni?

«Da barricate, sì. Ma entro un limite».

L’anima moderata ha preso presto il sopravvento.

«Il Fronte aveva un profilo riformista che da altri ambienti ci veniva rimproverato. All’epoca avevo 17 anni, studiavo al Galiani».

Chi c’era dall’altra parte della barricata?

«Il Fronte della Gioventù. E lì, tra di loro, Mauro Febbo».

Eravate ai ferri corti?

«Era un rapporto acceso, conflittuale, sì. Ma sempre rispettoso».

Il suo riferimento politico in quegli anni?

«Enrico Berlinguer».

L’unico faro?

«No, crescendo mi sono avvicinato ad altre figure. Oggi direi che i padri della mia cultura politica sono, con lui, Aldo Moro e Sandro Pertini».

Cosa aveva quella politica che oggi non ha più?

«La dedizione assoluta al servizio, all’ascolto delle persone. Oggi non è una capacità pienissima, va riconquistata. Un senso del percorso che riguarda anche i giovani».

Nella sua giunta, che ruolo avranno?

«Vorrei che la componente prevalente fosse quella delle nuove esperienze. Insomma, vorrei qualche giovane in giunta. Più di qualche giovane».

Torniamo al “cursus honorum”. L’amore per la politica è continuato, la vita partitica è terminata.

«Sì, per forza di cose da quando sono stato eletto vice presidente del Csm».

Che anni sono stati?

«Molto impegnativi, non potevo permettermi distrazioni. Poi, le esperienze commissariali mi hanno portato ovunque: Umbria, Marche, Lazio, fino a Ischia».

E la famiglia?

«Non sono sempre stato molto presente come padre. Ma portavo i miei figli, Ivano ed Enrico, tutti i giorni a scuola. Insieme guardavamo i cartoni».

Di alcuni, qui, conserva i dvd.

«Alcuni me li ricordo bene. Guardavamo “Le tartarughe ninja”, “Brisby” e altri».

Tra lei e sua moglie chi faceva la parte del “cattivo”?

«Nessuno dei due, in realtà. Ma io ero sempre impegnato: avevo avviato presto l’attività di avvocato qui a Chieti, dove ho avuto cinque studi diversi. A un certo punto, eravamo più di quindici giovani avvocati, in uno degli studi più avviati della città. Con i miei figli, avevo un motto».

Quale?

«“Non conta la quantità del tempo ma la qualità”. Per esempio: il fine settimana, facevamo sempre le gite dai nonni a Roccamontepiano, oppure a Serramonacesca dalla famiglia di Annarita».

I vostri figli cos’hanno imparato da voi?

«Direi i valori dell’onestà, dell’impegno sociale, del rigore nello studio. E sono felice: i miei ragazzi si sono fatti strada con un forte desiderio di autonomia. Uno è magistrato, l’altro è un ricercatore diviso tra Roma, Berlino e ora Milano».

E Chieti?

«Negli anni più intensi, cercavo di tornare sempre. Ma prima l’ho vissuta a lungo».

La prima casa?

«Sulla via Tiburtina, allo Scalo, accanto alla ferrovia. Era una casetta ben tenuta, con il giardino. All’epoca, facevo da pendolare fino a Teramo. Dopo il matrimonio, nel 1986, abbiamo preso casa al Tricalle, in via dei Frentani. Poi nel 1997 siamo arrivati qui».

Quando era sindaco di Roccamontepiano, viveva qui.

«Sì, anche per evitarmi un assillo quotidiano. Facevo l’avvocato a tempo pieno».

Ma non ha preso la residenza.

«L’ho chiesta nell’ultimo momento utile, c’è stato un incartamento burocratico».

Tanto è bastato per generare le critiche dei suoi avversari.

«Lo prometto, la prossima volta voterò a Chieti (ride, ndr). Vi faccio notare una cosa».

Prego.

«Ci metto meno tempo a raggiungere il centro storico di Chieti da Roccamontepiano che da San Martino».

Si è legato al dito l’accusa di essere uno straniero?

«No, ma mi ha intristito».

Perché?

«È sintomo di un limite evidente, che riguarda, per fortuna, una minoranza dei cittadini».

Quale?

«Provo a spiegarlo così: c’è la convinzione che la città debba conservare a tutti i costi il suo tratto identitario, ma la verità è un’altra. Chieti è storicamente una città accogliente. Sapete che giorno è oggi?».

Il 9 giugno.

«Oggi, 82 anni fa, la città si è liberata dal nazifascismo. Era il 1944».

Chieti era “città aperta”.

«Si liberò dall’invasore senza spargimenti di sangue e accolse circa 100.000 sfollati. Per me Chieti è anche questo: un capoluogo di provincia che accoglie».

Nella Chieti che ha vissuto da ragazzo, si è sentito un estraneo?

«Mai, tutto il contrario. Per la mia generazione era naturale trasferirsi dai paesi circostanti alla città capoluogo».

Nemmeno a scuola?

«Tutte le classi, a quel tempo, erano formate sopratutto da ragazzi che arrivavano da fuori. Nessuna discriminazione».

Ce la inquadra, quella Chieti del secolo scorso?

«Una città ricca di famiglie, realtà, imprese che dalla provincia erano arrivate a vivere qui. Così rappresentava tutte le popolazioni che storicamente l’hanno attraversata. Per questo mi sento teatino a tutti gli effetti».

Parla al passato.

«Quello che è successo negli ultimi trent’anni è stato un processo totalmente inverso, infatti la città si è spopolata».

Cosa manca?

«Ha perso vitalità sociale e culturale. Molti negozi hanno chiuso, soprattutto mancano i giovani a popolare le strade».

Lei, però, si è candidato con un’idea in testa per invertire la rotta.

«Certo, un modo c’è. Ma è un processo lungo, non immediato. E sicuramente ambizioso, come i punti del nostro programma».

In una battuta?

«Andiamo per gradi. Il primo: si deve poter parcheggiare».

Il secondo?

«Va affrontata la questione della residenza. Creare politiche adeguate per chi vuole vivere qui».

Ancora.

«Rilanciamo le attrazioni culturali, le opportunità lavorative».

Sulla carta è semplice.

«Certo, nella pratica è più complesso. Il focus è sui ragazzi».

Come si riportano nel centro storico?

«Mi piacerebbe creare nuovi locali per lo studio e per il co-working, spazi in cui pensare a nuove imprese».

Un sogno per questa città?

«A me piacerebbe che tornasse ad esercitare questa capacità attrattiva da ogni punto di vista: mobilità, parcheggi, spazi culturali, attività formative. Il piano c’è».

Ma, dall’altro fronte, la accusano di non aver vissuto la città. Negli ultimi anni, è mancato.

«Sono stati anni più complessi, ma ho cercato sempre di essere presente. Andavo in studio, incontravo le persone, ero vicino alle istituzioni, al Comune».

La svolta, nel 2004, con il suo ingresso in Senato.

«Che è coinciso con un periodo di vera disarticolazione: i ragazzi sono andati a studiare fuori per l’università, io ero a Roma, mia moglie lavorava ed è rimasta qui a mantenere il fronte (ride, ndr)».

Nel 2020, commissario per la ricostruzione del Centro Italia.

«Capita una cosa particolare. Mi contatta una suora, Maria Chiara, delle carmelitane di Tolentino, nelle Marche. Il loro convento va ricostruito».

Cosa accade?

«Ci adoperiamo subito, è una ricostruzione rapidissima. Il risultato: un nuovo convento in legno. Lei mi fa firmare una pergamena, messa in un tronco di quercia. All’inizio dei lavori, il tronco viene messo sotto le fondamenta del convento».

Bello. L’ha più sentita, la suora?

«Mi ha contattato e mi ha detto: “Lei non sa che io sono una suora di clausura. Negli ultimi anni sono uscita solo due volte. E solo per parlare con lei”».

In tutto questo, lo studio da avvocato?

«Con l’ingresso in Senato ho rallentato fino a lasciare, gradualmente, il lavoro ai colleghi».

Da uomo delle istituzioni, chi l’ha ispirata?

«All’epoca dell’elezione in Senato, Anna Finocchiaro e Luigi Zanda. Sono persone a cui devo molto».

La foto con Giorgio Napolitano, qui sulla libreria, ricorda i rapporti istituzionali più importanti.

«Sì, speciali e riservati, ma di frequentazione settimanale. Prima con Napolitano, poi con Mattarella. Un altro nome per me importante è quello di Pierluigi Bersani».

Figura centrale che non poteva mancare nella sua campagna elettorale.

«Ci lega l’aver diviso un tratto importante di strada, ma è anche per colpa del suo sigaro se ho ripreso a fumare (sorride, ndr)».

Perché?

«Era il 2013, avevo smesso di fumare da un anno. Per me era un record».

Era sottosegretario alla presidenza del Consiglio.

«Esatto. Facciamo una riunione nel mio ufficio, arriva Bersani con il suo sigaro, immancabile».

Poi?

«L’incontro finisce, Bersani se ne va e lascia, inavvertitamente, mezzo sigaro sulla mia scrivania».

La tentazione.

«Ho detto: “Beh, me l’ha lasciato Bersani, ora lo fumo”. E ho promesso a me stesso che avrei fumato solo mezzo sigaro ogni tanto. Ho ripreso. È un vizio pessimo, che voglio perdere».

Un riparo dai ritmi del lavoro?

«Sì, ho iniziato a 24 anni per esorcizzare lo stress. Ho smesso e ripreso varie volte. L’ultima, dopo l’operazione chirurgica, che per fortuna è andata bene».

Quello è stato il momento in cui ha deciso di candidarsi.

«È stato un percorso lungo, meditato».

Andiamo per gradi.

«I primi di febbraio di quest’anno abbiamo svolto una riunione preliminare con tutta la coalizione. Lì ho dato disponibilità a valutare la proposta di candidato sindaco per Chieti».

Chi ha spinto di più verso il suo nome?

«Una richiesta unanime. Certo, il sindaco uscente Diego Ferrara è stato determinante, mi ha lanciato l’idea di quella che lui chiama la “staffetta politica”».

Sua moglie? I figli?

«Come è noto, non volevano».

Torniamo a quel giorno.

«Apro a questa possibilità, torno a casa. Ma sono quelli i giorni in cui mi accorgo che c’è qualcosa, nel mio organismo, che non va come dovrebbe. Inizio i controlli».

La diagnosi?

«Arriva pochi giorni dopo: tumore al colon. Mi opero subito. Un intervento chirurgico delicato, che per me è stato spartiacque».

Perché?

«Promisi a me stesso che, se fossi stato fortunato con una guarigione completa, avrei accettato la candidatura. Ma se ci fosse stato bisogno di una terapia a cui sottopormi, allora no. Per fortuna, è andato tutto bene».

Quando è arrivata la notizia della guarigione?

«Credo fosse il 20 marzo quando mi è stato comunicato l’esito del secondo esame istologico».

Quindi ora sta bene?

«Sì, restano i controlli di routine a cui tutti siamo sottoposti. In altre parole, sono sano e salvo».

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