«Investimento a rischio» Condanna per la banca

Imprenditore risarcito con 145mila euro: non era stato informato dei pericoli «Pensavo che fosse un prodotto sicuro, ma quel piano era troppo spinto»
CHIETI. Doveva essere un prodotto finanziario assolutamente sicuro, una sorta di innocuo piano di accumulo. E invece si è rivelato tutt’altro, con un rischio interamente sbilanciato a carico dell’ignaro cliente che lo aveva sottoscritto. Quando questi, però, si è accorto di quello che stava accadendo si è rivolto in tribunale e ha ottenuto la condanna della banca e la restituzione di tutti i soldi pagati nel corso di 10 anni, con relativi interessi e spese legali.
La vicenda risale al 2000, quando ad una imprenditrice di Chieti, da anni cliente della Monte dei Paschi di Siena, l’istituto di credito propone di aderire a un prodotto finanziario “atipico” chiamato “Visione Europa”. Secondo la ricostruzione fatta durante il processo, il funzionario della banca garantisce alla cliente che è del tutto sicuro e privo di rischi, descrivendolo come un “piano di accumulo previdenziale” da poco più di mille euro al mese, con addebito trimestrale delle relative rate su conto corrente. Dopo qualche tempo, però, l’imprenditrice capisce che non è così. «Scopre», spiega il suo avvocato Gino Di Mascio, «che si tratta di un prodotto finanziario “altamente tossico” che si concretizza in una pluralità di operazioni economiche funzionalmente collegate che prevedeva un finanziamento originario, fittiziamente erogato dalla banca, di ben 170.026 euro con il quale venivano acquistati dei titoli obbligazionari emessi dalla stessa Monte Paschi oltre che quote di un Fondo comune di investimento chiamato “Ducato Azionario Europa” e collegato sempre alla Monte Paschi, a fronte del quale l’imprenditrice avrebbe dovuto corrispondere alla banca gli interessi ogni tre mesi. L’importo fittiziamente erogato dalla banca», continua Di Mascio, «veniva, inoltre, sottoposto a pegno in favore della stessa banca a garanzia del suo totale rimborso e le rate rimborsate ogni tre mesi dalla cliente avrebbero garantito la restituzione della sola quota interessi e non anche di quella capitale (come il rimborso di un normale prestito) che doveva, invece, essere restituita alla banca alla scadenza del piano e in unica soluzione».
A questo punto l’imprenditrice si rivolge all’avvocato Di Mascio e nel 2010 parte il processo contro la banca. «Davanti al tribunale di Chieti», spiega l’avvocato, «abbiamo sostenuto la nostra tesi secondo cui il prodotto finanziario sottoscritto non era meritevole di tutela giuridica in quanto il rischio ad esso intrinsecamente connesso risultava essere sbilanciato a totale carico del cliente. Assumeva, inoltre, che la condotta della banca non era stata né corretta né diligente, nonché connotata dalla violazione delle norme dettate a tutela dei risparmiatori sia dalla normativa speciale prevista dal Testo unico della Finanza che dal codice civile».
Nel 2012 è arrivata la condanna in primo grado. Pochi giorni fa, la Corte dell’appello dell’Aquila ha rigettato il ricorso della banca, confermando la sentenza di primo grado e condannando l’istituto di credito al pagamento anche delle spese legali relative al secondo grado di giudizio, per un importo complessivo di 145mila. Contro la sentenza di secondo grado, la banca potrà ricorrere in Corte di Cassazione.
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