«Io, il cuoco che ha cucinato il... pizzo»

Cogliandro simbolo antiracket ospite alla “Chiarini” per parlare di legalità, l’iniziativa promossa dai magistrati abruzzesi
CHIETI. Il primo ristoratore italiano a denunciare immediatamente il fenomeno del racket mafioso, a Reggio Calabria, era ieri mattina nella scuola media “G.Chiarini”. Filippo Cogliandro (chef e ambasciatore antiracket per la ristorazione italiana) è stato ospite all’ultimo incontro del 23esimo percorso formativo sulla legalità. A organizzarlo l’associazione nazionale “Magistrati – sezione abruzzese” e “Chieti Nuova 3 febbraio”. Un percorso lungo un anno, che ha visto coinvolte moltissime scuole medie della città e della provincia, arrivato al suo termine e alla sua sintesi. Il tema principale della scorsa mattina è stato infatti il centro di tutto il progetto annuale: “Fenomeni migratori tra accoglienza e rifiuto, diritti umani e pregiudizi”.
È Cogliandro a raccontare la sua esperienza nei centri d’accoglienza a Reggio Calabria, dove ha lavorato come chef, ma soprattutto a narrare ai giovanissimi cosa siano le mafie: «Sapete cos’è la ndrangheta?» chiede agli alunni «a Reggio quando faccio questa domanda si ha paura a rispondere. Dovete tenere gli occhi aperti. Diventare vittime di un sistema corrotto è molto facile, spesso non ci se ne accorge neppure» prosegue. Poi, attraverso un’empatia e un’umanità disarmanti, il racconto della denuncia: «Appena sono venuti a chiedermi il pizzo, nel mio ristorante, ho denunciato. Dopo gli arresti, nel mio locale si sono concentrare tutte le associazioni antimafia della città. Abbiamo dimostrato di non avere paura».
E gli interventi dei relatori si susseguono, fanno capire il rispetto dei diritti umani, il problema di una immigrazione gestita spesso da organizzazioni mafiose: «Come mettere in pratica quell’ansia di giustizia che è soprattutto nei giovani? In ogni comportamento che assumiamo dobbiamo presupporre il rispetto di sé e degli altri. Questo progetto vuole svegliare le coscienze» dice la professoressa Maria Rosaria Grazioso, che ricorda il padre fondatore che ventitré anni fa diede vita al progetto, il pm Enrico De Nicola. A intervenire è anche uno dei tanti pubblici ministeri che hanno collaborato all’iniziativa, Angelo Zaccagnini: «Gli stati democratici hanno bisogno di uomini liberi. E per essere liberi bisogna essere affrancati dal bisogno».
C’è anche il pm Angelo Bozza: «Non è stato facile impegnare più di 15 magistrati nelle scuole, ma anche quest’anno ce l’abbiamo fatta» sottolinea. E poi alla presenza della dirigente scolastica Serafina D’Angelo, il pubblico ministero Giuseppe Falasca dice: «I diritti fondamentali della persona preesistono alle norme. Esempi come quello di Giovanni Falcone indicano la via al magistrato: rispettare e far rispettare queste regole fino alla fine». Spazio, poi, agli studenti delle scuole medie che hanno partecipato (“V. Antonelli”, il “G. Chiarini-C. De Lollis”, il convitto “Nazionale G. B. Vico”, la “G. Mezzanotte-R. Ortiz”, Fara Filiorum Petri, Casacanditella, Casalincontrada, Roccamontepiano, Ortona, il “Masci” di Francavilla al Mare, il “M. Buonarroti” di Ripa Teatina e Torrevecchia Teatina e il “G. Galilei”di San Giovanni Teatino-Sambuceto).
C’è la loro premiazione, aspettando la cena al convitto del Vico. A concludere la mattinata sono i video degli alunni che mettono in luce il problema dei diritti della persona, attraverso immagini, poesie, interviste a immigrati. Una cosa certa emerge: c’è ancora bisogno di formazione all’accoglienza, di più giustizia sociale. L’Italia è un Paese che discrimina, ci dicono quei video. Eppure spesso a dover fuggire dal nostro Paese, oggi come ieri, siamo anche noi.

