«Io, salvo per miracolo nella rivolta antinazista»

5 Ottobre 2014

Guido Maria Tigri, 88 anni, racconta in esclusiva al Centro la sua storia: «Avevo 18 anni e venni falciato sul balcone di casa da una mitragliatrice»

LANCIANO. «Ferito in combattimento il 6 ottobre 1943 in Lanciano». Così recita il documento della commissione regionale che attesta la sua qualifica di partigiano. Guido Maria Tigri aveva 18 anni quando, 71 anni fa, partecipò alla rivolta dei Martiri Ottobrini contro i tedeschi, che la città ricorda oggi e domani. Per la prima volta ha deciso di raccontare, attraverso Il Centro, il suo 5 e 6 ottobre 1943.

CITTÀ IN FERMENTO. La mattina del 5 ottobre i lancianesi si radunano per organizzare la protesta contro le razzie operate dai soldati tedeschi nei negozi e nelle frazioni. «Alcuni propongono un intervento del sindaco e dell’arcivescovo presso le autorità tedesche», racconta Tigri, «altri incitano ad organizzare un’autentica sollevazione popolare antitedesca, anche armata se necessario. Si mormorava che diversi militari lancianesi in congedo stavano già da giorni organizzando una rivolta partigiana ad imitazione di quella di Napoli».

INCOSCIENZA GIOVANILE. «Il gruppetto di patrioti guidato dal caro amico e compagno di liceo, Pasquale Piscopo, di cui facevo parte», continua il racconto l’88enne, «decide di riunirsi molto presto il giorno dopo sotto casa mia, per studiare la situazione e decidere una linea di condotta. Con una notevole incoscienza giovanile c’eravamo armati: Pasquale con una vecchia Colt a 5 colpi a tamburo, presa nel negozio dello zio, ed io con la Beretta 6,35 di ordinanza di mio padre, tenente di fanteria». La casa di Tigri, in via Fauro, permetteva una buona visuale della caserma fascista in largo Santa Chiara, dove i tedeschi custodivano molte armi. «Eravamo pieni di entusiasmo, ma ingenui», ricorda la tranquilla vita da studenti prima del 6 ottobre ‘43.

IL FERIMENTO. I tedeschi hanno saputo della sollevazione popolare e la città rimbomba di colpi di fucile, esplosioni di bombe, cannonate. «Nella notte l’Alto Comando Germanico ha dirottato da Ortona centinaia di paracadutisti con semoventi, autoblinde e cannoni anticarro», spiega Tigri. Dalla terrazza della sua casa il giovane Guido può fornire informazioni su uno dei punti caldi dei combattimenti. «Corro da una parte all’altra della terrazza e li informo della battaglia in corso», ricorda, «ma vengo visto da una finestra della caserma e immediatamente colpito da una raffica di mitragliatrice. Per mia grandissima fortuna mi prende mentre sto girato verso la strada. Cado svenuto con diverse ferite dietro le cosce, al fianco e gluteo sinistro». IL SALVATAGGIO. «Mia sorella Lucia esce di slancio dalla porta-finestra della cucina, mi afferra per i polsi e mi trascina dentro. Nel frattempo arriva un’altra raffica: per fortuna è alta e lascia solo una serie di buchi sul muro». I tedeschi non lasciano uscire ambulanze, ma il ferito va portato in ospedale. «Mia sorella disinfetta le ferite e le chiude con garze e bende. Poi per il trasporto mette in strada la nostra vecchia carrozzina per bimbi, con una vecchia persiana, e sopra io completamente nudo e fasciato». Escono con la madre. In strada c’è gran confusione ma non incontrano nessun tedesco. All’ingresso del Renzetti, però, c’è uno sbarramento di mezzi e uomini con mitra. «Urlando come ossessi “partizan” bloccano la carrozzina e accennano coi mitra di volerci sparare. Li guardo convinto di essere già morto, mentre Lucia mi copre con il suo corpo urlando anche lei in tedesco: «Niente, questo è un bambino». Al liceo l’aveva scelta come lingua straniera optional. A questo punto solo un miracolo può salvarci».

IL FRATE SCONOSCIUTO. Appoggiato al cancello dell’ospedale c’è «un frate grande e grosso» che si fa avanti. «Parlando in ottimo tedesco urla ai soldati che si tratta solo di un ragazzo inerme, ferito e inoffensivo. Afferra la carrozzina e con forza rompe lo stretto cerchio dei soldati e la spinge oltre il cancello aperto. Eravamo tutti salvi!». «Ancora oggi», confida Tigri, «sento un’immensa riconoscenza verso questo frate sconosciuto. Purtroppo non l’ho mai più rivisto, nonostante le mie ricerche. Ma gli angeli sono invisibili».

Stefania Sorge

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