«Io, sei ore in attesa al Pronto soccorso»

12 Febbraio 2017

Il racconto: visitata e poi “dimenticata” tra dolori lancinanti, ma il personale non c’entra

CHIETI. Sei ore in fila al Pronto soccorso del Santissima Annunziata, con un dolore lancinante che non le permetteva di stare né in piedi né seduta. Brutta esperienza quella vissuta dalla teatina Alessandra che venerdì scorso, alle 16,30, è andata in ospedale in preda a forti dolori a collo e schiena. La giornata non era delle migliori dal punto di vista del carico di lavoro per il personale della struttura. E per Alessandra è stato un calvario. La donna racconta di essere stata visitata intorno alle 19,30. «E fin qui le tre ore di attesa, visto il via vai di persone, ci potevano pure stare», dice, «è il dopo che trovo davvero inconcepibile e inspiegabile».

Sì, perché le successive ore (fino alle 22,30) la paziente è stata ad aspettare che le fossero rilasciati i documenti relativi alla diagnosi dei medici, fogli che aveva già visto compilare durante la visita, tanto è vero che il risultato della diagnosi le era già stato comunicato a voce. E dunque perché tanto tempo per chiudere la pratica? La signora non riusciva proprio a venirne a capo, visto che nessuno sembrava essere in grado di darle una risposta. Almeno sino al momento in cui una infermiera si è presa particolarmente a cuore il suo caso e, dopo un po’ di tempo, è uscita dalle porte degli uffici con i documenti tanto attesi in mano. «Nel frattempo», racconta Alessandra, «sono riuscita ad ottenere anche di potermi stendere su una barella. Le mie condizioni erano tali che non potevo proprio stare né in posizione eretta e neppure seduta. L’unica cosa che mi dava sollievo era stare allungata. Probabilmente», considera la signora, «sono stata sfortunata e sono incappata in una giornata di particolare emergenza, ma credo comunque che qualcosa debba essere rivisto nell’organizzazione del Pronto soccorso teatino, che forse ha bisogno di poter contare su maggiori risorse a disposizione. Il personale non può essere lasciato da solo a fronteggiare casi di sovraffollamento, come quello nel quale mi sono trovata in mezzo io e le altre persone che erano in sala d’attesa insieme a me. Qualcuno alla fine ha deciso di tornarsene a casa. Persino una donna in stato di gravidanza a un certo punto non ce la fatta più ad aspettare ed è andata via. Nulla da dire sui medici che mi hanno visitata», conclude Alessandra, «che anzi ho trovato senza alcun dubbio davvero bravi e competenti».

Arianna Iannotti

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