L’abbraccio di padre Bruno alle vittime della Shoah

7 Aprile 2016

Monsignor Forte dialoga sul massacro degli ebrei e sulle reazioni dei tedeschi Ospiti alla d’Annunzio Meghnagi, il rettore Di Ilio e il giornalista Brunelli

CHIETI. «Qui mi sento a casa, perché l’università d’Annunzio mi ha ospitato in un momento molto difficile della mia vita, quando fui costretto a lasciare la Libia in fretta e furia». Ha iniziato con queste parole il suo intervento David Meghnagi, nato a Tripoli nel 1949 da una famiglia ebraica, ideatore e direttore del Master internazionale di secondo livello in Didattica della Shoah presso l’ateneo di Roma Tre e attivo nello sviluppo di una cultura del dialogo interreligioso e di una politica di pace nel Medio Oriente, ospite ieri alla d’Annunzio nel nuovo appuntamento delle Quaestiones quod libetales voluto dall’arcivescovo Bruno Forte. Il tema di ieri è stato quello, durissimo, della Shoah. Ad affrontarlo, oltre a Forte e Meghnagi, anche il padrone di casa, il rettore Carmine Di Ilio e il direttore della rivista “Il Regno”, Gianfranco Brunelli.

L’approccio a un tema talmente complesso non poteva che essere pensato proponendo più prospettive, attivando cioè i meccanismi di un «pensare interdisciplinare», come lo ha definito Meghnagi che parla sette lingue e dunque di queste cose se ne intende. A riassumere i tanti ragionamenti proposti sono, però, proprio in conclusione di dibattito, due domande di monsignor Forte, tese ad evidenziare due atteggiamenti che, anche se per ragioni opposte, appaiono entrambi sorprendenti e in parte incomprensibili. Forte pone le due domande partendo dalla sua esperienza di giovane sacerdote e studioso a Tubinga, in Germania. Qui, parlando con i tedeschi di una certa età, tutti bravi cattolici, che avevano vissuto le atroci esperienze del massacro degli ebrei, aveva notato come tendessero in qualche modo ad autogiustificarsi. Era un moto, profondo e istintivo, che non ha mancato di colpire monsignor Forte, che però ha anche sottolineato di non voler affatto giudicare il popolo tedesco, a cui ha riconosciuto grandi meriti. E comunque quella autogiustificazione rimane e va di pari passo a un processo molto vicino, quello della rimozione. «In alcuni anni», ha aggiunto a riguardo, «parlare della Shoah in Germania sembrava non fosse considerato educato, perché era come riaprire una piaga giudicata inaccettabile». L’altro atteggiamento, altrettanto sorprendente, è quello delle vittime che sono scampate alla morte, «che pure ho avuto modo di incontrare», ha continuato l’arcivescovo, «e che riaffermavano, invece, l’assoluta dignità della persona umana che, se sfugge al controllo, può non obbedire agli ordini e salvare una vita». Nell’orizzonte tra questi due estremi, da un lato il carnefice che sa di aver sbagliato ma si assolve dicendo che non poteva fare altrimenti perché avrebbe pagato con la vita, e la riaffermazione della dignità dell’uomo anche fra coloro che uccidevano per «obbedire a ordini», oscilla la complessità di un fenomeno come la Shoah che per tanti versi appare ancora incomprensibile. (a.i.)