L’Accademia della Crusca «Parliamo bene l’italiano così la lingua è più ricca»

18 Aprile 2023

Giuseppe Patota incontra gli studenti dell’università d’Annunzio «Avvocata e ingegnera? Ci abitueremo presto, il linguaggio si evolve»

CHIETI. Un’aula gremita di studenti ha accolto l’ospite di ieri all’università d’Annunzio. Giuseppe Patota, accademico della Crusca e docente di Linguistica dell’università di Siena, è stato il protagonista di un seminario dal titolo “Lezione di italiano. Da dove partire, che cosa insegnare, quando insegnarlo e come insegnarlo”. Presentato da Pierluigi Ortolano ed Emiliano Picchiorri, professori del dipartimento di Lettere, arti e scienze sociali della d’Annunzio, Patota ha tenuto ai ragazzi una delle dieci lezioni contenute nel suo libro “Lezioni di italiano”.
Una recente proposta di legge del governo Meloni vorrebbe vietare l’uso di termini inglesi in comunicazioni ufficiali. È d’accordo?
«Credo che in questo momento sia un problema secondario da affrontare. Bisognerebbe investire di più sulla scuola e sull’istruzione. Il problema dell’italiano non è rappresentato dal numero di anglicismi che entrano nella nostra lingua perché, fin dalla sua nascita, la nostra lingua si è arricchita di tante parole straniere provenienti da tante lingue».
Per molti mestieri l’italiano ricorre all’uso del maschile. Usare il femminile può essere un errore? In pratica, è sbagliato dire “l’architetta”?
«No, non è affatto sbagliato perché rientra nelle regole grammaticali dell’italiano. Molti nomi maschili che terminano in “o” hanno il loro corrispondente femminile in “a”. Ad esempio, “avvocata” ha la stessa struttura di “impiegata”, termine che accettiamo e usiamo senza problemi. Perché, allora, avvocata non dovrebbe andar bene? Un altro esempio è “ingegnera”, nome che ha la stessa struttura di “cameriera” o di “infermiera”, e non c’è nessun motivo di considerarlo un errore. Vengono considerate delle mostruosità e sbagliate perché non siamo abituati a sentirle. Ma se ci abitueremo saranno forme assolutamente normali».
E quanto dovremo attendere perché questo cambiamento accada?
«Sicuramente i tempi perché questa prassi si realizzi sono più vicini oggi di quanto non fossero trenta anni fa. Oggi la decisione dell’attuale presidente del Consiglio di farsi indicare come il signor presidente del Consiglio ha suscitato delle perplessità che venti anni fa non ci sarebbero state. In questa prospettiva credo che si stia andando verso un cambiamento».
Quali sono gli errori più frequenti percepiti nell’italiano parlato?
«Il primato spetta agli errori relativi alle forme e agli usi del congiuntivo, non perché siano più frequenti di altri ma perché la percezione che si ha di questi errori è molto più vistosa e sentita. Chi fa caso a un errore relativo al congiuntivo è una persona linguisticamente beneducata: un errore in merito a una forma o un uso del congiuntivo fa lo stesso effetto del gesso che scricchiola sulla lavagna. L’uso dell’indicativo non distrugge o fa scomparire la vitalità del congiuntivo che continuerà a vivere nell’italiano e io ne sono contento».
Nella lezione che ha tenuto ai ragazzi ha più volte fatto riferimento all’insegnamento dell’italiano per gli stranieri: è difficile studiare l’italiano per uno straniero?
«Sì, è molto difficile. Sicuramente rispetto ad altre lingue è complesso. In particolare, per usare un tecnicismo, c'è l'ordine dei pronomi atoni, cioè combinazioni di quelle che si chiamavano le particelle pronominali, come glielo, gliela. Sono una delle cose su cui gli stranieri hanno più difficoltà. L’italiano è impegnativo ma allo stesso tempo molto apprezzato dagli stranieri che continuano ad amarlo e impararlo».
Agli albori della televisione, il maestro Alberto Manzi insegnava agli italiani a leggere e scrivere con il suo “Non è mai troppo tardi”, un programma dal forte valore pedagogico. Dopo sessanta anni, la televisione sta portando avanti lo stesso valore?
«Di meno. Oggi la televisione pedagogica è meno presente nelle case degli italiani. Ci sono comunque delle iniziative e delle sezioni, come Rai cultura, che hanno questa vocazione ma i tempi sono inevitabilmente cambiati. Non mi pare che ci sia qualcosa di paragonabile al “Non è mai troppo tardi” del maestro Manzi. Ci sono spunti interessanti come “L’eredità” o “Lingo. Parole in gioco” ma non paragonabili a Manzi».
Dall’avvento dei social quanto e come è cambiato il nostro modo di parlare?
«L’italiano si arricchisce anche con parole create al suo interno. Una parola come bannare o chattare ha l’uscita in are, tipica della prima coniugazione. Fosse per me, scriverei “ciattare”. Lo italianizzerei completamente».
Sono nati quindi nuovi termini sui social?
«Certamente sono nati nuovi termini e non mi scandalizza affatto. I social sono una forma attraverso la quale si pratica una scrittura molto particolare: abbreviata, sincopata e in cui c’è spazio per il kappa al posto del ch. Ma la cosa non può meravigliarci perché il kappa era presente anche nel più antico documento della storia dell’italiano: il Placito di Capua».
Si potrebbe finire per dimenticare il corretto uso dell’italiano, quindi?
«No, se le ragazze e i ragazzi continueranno a lavorare con profitto a scuola e saranno seguite e seguiti dalle loro insegnanti e dai loro insegnanti. Non penso che i social possano farci dimenticare il buon uso dell’italiano. L’importante è sapere che si tratta di due ambiti distinti».
I social media stanno facendo nascere una nuova grammatica?
«I social hanno un’altra grammatica ed è importante che le ragazze e i ragazzi lo capiscano. L’uso di una lingua senza punteggiatura è possibile nei social ma non nei testi che si scrivono a scuola».
Date le contaminazioni che ci sono nella nostra lingua, che prospettiva futura si può immaginare?
«Non condivido le profezie sui destini dell’italiano come una lingua annacquata o anglicizzata fino all’inverosimile. L’italiano ha una storia ormai più che millenaria che la colloca nel novero delle grandi lingue di cultura al mondo e tale resterà anche nel futuro. È certo che l’italiano del futuro sarà diverso da quello di oggi ma resterà comunque una lingua di cultura bella e importante».
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