l’album dei ricordi teatini

CHIETI. Cortei di protesta con i ragazzi e gli operai della cartiera Celdit in giacca e cravatta e le ragazze con i capelli legati e i cappotti lunghi fino al ginocchio. Studenti e lavoratori,...
CHIETI. Cortei di protesta con i ragazzi e gli operai della cartiera Celdit in giacca e cravatta e le ragazze con i capelli legati e i cappotti lunghi fino al ginocchio. Studenti e lavoratori, cinquant’anni fa, sfilavano così in corso Marrucino. Cortei, proteste e sogni di cambiare il mondo: c’è questo nell’album dei ricordi teatini che, oggi dalle 17,45, torna ad aprirsi al Vico in un convegno organizzato dalle associazioni Noi del G.b. Vico e Chieti Nuova 3 Febbraio.
In mano, quei ragazzi e quegli operai avevano cartelli e striscioni contro Provincia e Comune: «Dateci le aule», «basta con le promesse», «è ora di finirla», «vogliamo solo quello che ci spetta», «nulla è stato compromesso ma la Provincia quasi». Tra gli anni Sessanta e Settanta, Chieti era una città che esibiva come trofei i suoi uffici da capoluogo di provincia e i giovani pensavano a una piccola rivoluzione nella vita di tutti i giorni – a partire dall’attenzione per le scuole, la stessa che i ragazzi rivendicano ancora adesso –, nelle famiglie e nei rapporti con la Chiesa. A trainare quel movimento c’era un gruppo che si chiamava Esprit, fondato da una comitiva di amici con una convinzione: i partiti, dalla Dc fino al Pci, non potevano raccogliere tutta la voglia di partecipazione dei ragazzi. I fondatori di Esprit furono Enzo Ciammaglichella, Franco Rositi, diventato poi professore emerito all’università di Pavia, Maria Lucia Nuzzo, Tiziano Bellelli, Lino Di Re, Florindo Liberati e Giacomo D’Angelo. Di questo periodo “tra politica e cultura” si parla oggi al classico: ripercorrono quegli anni proprio il sociologo Rositi, Bellelli, il giornalista D’Angelo e Roberto Leombroni, docente di Storia e Filosofia. Il dibattito è aperto da Stefano Marchionno, presidente di Noi del G.B. Vico, che spiega: «Sono nato nel 1972 ma ho vissuto lo stesso quegli anni nei racconti dei protagonisti e la particolarità di quel periodo della nostra città era che la protesta non era quella tipica del ’68 con le molotov e un clima di violenza. Il gruppo Esprit era un cenacolo culturale per mettere in atto proposte migliorative. Quella di oggi non è un’operazione nostalgia ma uno stimolo per le nuove generazioni a impegnarsi per il bene della città. Erano anni», dice Marchionno, «un po’ particolari in cui c’era un risveglio negli ambienti giovanili, una riscoperta civica con tanti piccoli gruppi di ragazzi che si univano per discutere di politica e cultura».
Da quella voglia di comunicare, nel 1969, nacque un foglio periodico intitolato “Il Dibattito”: «Fu un mezzo», dice Marchionno, «attraverso il quale venivano affrontati i problemi regionali con resoconti, tra gli altri, sull’occupazione delle fabbriche, sul movimento studentesco, sulle vicende della chiesa locale e dei partiti politici, con uno sguardo sempre attento, rivolto agli eventi nazionali e internazionali, dal pacifismo alla questione femminile, ai problemi del post-Concilio in Italia, al rapporto tra coscienza religiosa e impegno politico. Nel giugno del ’69 la televisione olandese mandò in onda un servizio sul “dissenso cattolico in Italia” riportando la “lettera aperta al clero d’Abruzzo” del 18 settembre ’68 a firma del gruppo Esprit pubblicata su “Il Dibattito”».
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