L’arrestata gestiva il racket dell’elemosina

7 Giugno 2020

Nuove accuse per la nigeriana che viveva in centro e faceva parte di un’associazione a delinquere

CHIETI. Non solo prostituzione: gestiva anche il business dell’accattonaggio la banda criminale di cui faceva parte Blessing Obasuyi, la nigeriana di 37 anni arrestata a Chieti. Lo racconta l’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Firenze, che ha portato a 12 misure cautelari in tutta Italia svelando l’esistenza di un’associazione per delinquere finalizzata alla tratta di esseri umani, alla riduzione in schiavitù e al reclutamento e favoreggiamento aggravato della prostituzione. Blessing si occupava degli affari illeciti da un appartamento preso in affitto in via Frate Illuminato da Chieti, una traversa di via Toppi, nel cuore del centro storico.
Le vittime, una quindicina, partivano dalla Nigeria e arrivavano in Italia. Nel mezzo, c’era la traversata del deserto, senza acqua e senza cibo, le violenze sessuali e qualche volta il rapimento da parte di bande rivali, l’approdo sulle coste libiche in attesa dei barconi per la Sicilia. A ricostruire nel dettaglio i viaggi della disperazione sono stati i poliziotti della squadra mobile di Siena, la città da dove è partita l’inchiesta dopo una lite tra due prostitute nigeriane – una di loro aveva 16 anni – che si contendevano il posto in strada. Una volta arrivate in Italia, le ragazze venivano costrette a prostituirsi mentre gli uomini erano obbligati a chiedere l’elemosina. Chi era destinato all’accattonaggio, come emerge dalle carte dell’inchiesta, veniva sfruttato quotidianamente in luoghi stabiliti dagli aguzzini, che si occupavano di controllarli costantemente durante il «lavoro» sia di persona, sia attraverso telefonate.
Da giovedì Obasuyi è rinchiusa nel carcere teatino di Madonna del Freddo: difesa dall’avvocato Vincenzo Larizza, verrà interrogata nelle prossime ore. (g.let.)