L’hospice compie 7 anni e apre le sue porte

22 Giugno 2018

Messa e festa con malati e familiari. Carinci: assistiamo mille pazienti l’anno anche con laboratori

LANCIANO. L’hospice Albachiara compie 7 anni. Compleanno speciale oggi per la struttura, la prima nata in Abruzzo, che si occupa di cure palliative, di accogliere i malati terminali e alleviarne, fisicamente e psicologicamente, i dolori. Per celebrare il traguardo alle 18 viene celebrata la messa, mentre alle 19 spazio alla musica dal vivo e alla festa con personale, malati, familiari -che sono accolti nell’hospice per rendere meno doloroso il soggiorno dei propri cari- e volontari. Una struttura gioiello in cui, oltre alle cure, pazienti e familiari possono fare altre attività seguiti dal personale, mosso sempre da grande umanità e sensibilità. «A Lanciano siamo 4 medici, 10 infermieri, 9 operatori socio-sanitari, un fisioterapista e una psicologa», spiega Pier Paolo Carinci, direttore dell’hospice e responsabile Asl delle cure palliative, «in media ogni anno accogliamo 200 pazienti nei 12 letti che abbiamo, di cui 11 per le degenze ordinarie e uno per il day hospice, le terapie giornaliere. Ma altri 800 pazienti sono curati a casa dall’equipe di Albachiara». Più di 1.000 utenti annui, quasi il doppio rispetto a 7 anni fa, segno che i tumori sono in crescita. «Più che in crescita vengono diagnosticati di più», precisa Carinci, «e si possono curare anche meglio. Noi vediamo soprattutto persone colpite da tumore al pancreas, al colon e ai polmoni. Malati che curiamo anche tramite laboratori e attività particolari». All’hospice è nato, ad esempio, il primo orto a scopo terapeutico, a cui si sono aggiunti negli anni la pet-therapy -cani e gatti sono ben accolti nella struttura, possono stare accanto ai padroni- e l’arte terapia. «È l’ultima nata», riprende Carinci, «lo scorso anno i nostri operatori hanno seguito un corso di arte a Spoltore per poter poi fare l’arte terapia all’hospice. Siamo andati prima noi a lezione. L’obiettivo di questo laboratorio è creare un canale di comunicazione diverso per esprimere le proprie emozioni, legate alla malattia e non solo, tramite dipinti ma anche racconti». Tanti progetti portati avanti in questi anni, come gli incontri del venerdì su temi di bioetica ed educazione alimentare, per aprire la struttura all’esterno, per sottolineare che non è solo un luogo di dolore. Ogni paziente, poi, lascia una parte di sé. «Lasciano donazioni», chiude Carinci, «soldi, elettrodomestici, ricordi. A progettare l’orto è stata un’agronoma che abbiamo curato. I familiari sono ancora con noi oggi, a prendersi cura del terreno assieme ad altri volontari. Quella paziente è ancora con noi». (t.d.r.)
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