La Ball verso la chiusura: la rabbia degli operai

16 Ottobre 2018

San Martino sulla Marrucina. Delusione e amarezza tra i 70 lavoratori ai cancelli De Lutis (Cgil) e Di Camillo (Cisl): «Cerchiamo soluzioni alternative a questa fine» 

SAN MARTINO SULLA MARRUCINA. C’è chi lo stabilimento di Campotrino lo ha costruito come muratore, per poi essere assunto come operaio. Chi sotto la tormenta di neve al lavoro ci andava a piedi. Chi su quelle macchine ci ha passato la vita. E chi, invece, la vita aveva appena iniziato a costruirsela puntando su quel lavoro che ora gli viene improvvisamente tolto. Speranze e sogni distrutti in 20 minuti, giovedì scorso, quando la dirigenza della multinazionale Ball, accompagnata da una scorta armata, si è presentata nello stabilimento di San Martino sulla Marrucina e ha detto che la fabbrica di lattine avrebbe chiuso a dicembre. Una comunicazione arrivata simultaneamente al sindaco Luciano Giammarino, ai sindacati, ai dipendenti e alla stampa, celata sino ad allora sotto una spessissima cortina di silenzio. Nessuno aveva immaginato nulla.
I 70 dipendenti, più i 15 delle ditte esterne, avevano sinora lavorato in tranquillità, forti dei premi di risultato che ogni anno arrivavano per gli obiettivi raggiunti. E invece la multinazionale stava pensando di aprire una nuova linea di produzione nello stabilimento di Nogara, in provincia di Verona, chiudendo il sito di Campotrino.
«Lavoro in questa fabbrica da 35 anni e mai prima d’ora mi sono sognato di fare un’ora di sciopero», dice il capoturno Nicola Ricci, «di anni ne ho 59, dove volete che ritrovi mai un altro lavoro?», considera scoraggiato. «A gennaio prossimo avrei compiuto i 35 anni in fabbrica», aggiunge Antonio Giacchetti, di San Martino, altro operaio storico, «è stata la mia via. Mi ha permesso di avere una casa, una famiglia e dei figli». «L’azienda è in salute, perciò pensavo che sarei rimasto qui fino alla pensione», dice Salvatore Matina, di Chieti, da 34 anni alla Ball. «Io sono la persona che sta qui prima di tutti», racconta Rocco De Ritis, «perché sono stato assunto prima come muratore per costruire lo stabilimento e poi come operaio. La riconversione non è stata facile. Ho fatto molti sacrifici e ora non ci si può ritrovare così». Valerio Melizza, 29 anni, di Crecchio, è invece uno dei più giovani: «Ho lavorato qui prima 5 anni come interinale e poi da 3 anni sono stato assunto. E allora mi sono deciso a fare un mutuo per comprare casa». Fabio Cellucci, 32 anni, di Fara Filiorum Petri, da due settimane è diventato papà del piccolo Antonio: «La mia è una famiglia monoreddito. Con un figlio appena nato ora non sappiamo proprio come tirare avanti», dice con preoccupazione.
Ieri il lavoro sarebbe dovuto riprendere normalmente, ma i sindacati hanno convocato 24 ore di sciopero e hanno tenuto un’assemblea davanti alla fabbrica, a cui ha preso parte anche il sindaco Giammarino. Andrea De Lutis (Fiom Cgil) e Dorato Di Camillo (Fim Cisl) hanno ribadito con forza la richiesta di ritirare i licenziamenti. «Da oggi iniziamo un’azione di lotta in cui ogni giorno decideremo le ore di sciopero da fare», ha annunciato De Lutis. «Cerchiamo soluzioni alternative alla chiusura», ha aggiunto Di Camillo, «dall’abbattimento dei costi del sito industriale, all’investimento su questo sito anche per la seconda linea produttiva che si vuole aprire al nord, a un percorso di reindustrializzazione del sito, dove però l’onere sociale non ricada sul pubblico ma sulla multinazionale». (f.d.)
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