La battaglia contro il Covid delle mamme in trincea

L’infermiera: «A casa dormo sola, con mia figlia abbracci e baci a distanza»
CHIETI. «Abbiamo inventato un modo tutto nostro per abbracciarci e baciarci a distanza». Gli occhi di Francesca, infermiera, in prima linea dal 1994, s’illuminano quando parla della figlia di undici anni. Francesca è una mamma in trincea, perché lavora nel reparto di Malattie infettive dell’ospedale di Chieti, dunque sul fronte pieno della lotta al coronavirus. Dopo turni massacranti, con addosso quelle tute bianche che la intrappolano per ore, senza possibilità di bere, mangiare o andare in bagno, arriva il momento di tornare a casa. E la paura più grande è portare il nemico invisibile a domicilio.
«In ospedale», racconta, «siamo tutelati e abbiamo strumenti di protezione adeguati. Ma la prudenza dev’essere comunque massima: voglio difendere la mia famiglia da qualunque pericolo di contagio. Ecco perché dormo in una stanza da sola, indosso sempre la mascherina e nessun altro deve utilizzare il mio bagno». I momenti di fisicità con la sua bambina si sono ridotti drasticamente. «È una forma di tutela nei suoi confronti. Per capirlo ci ha messo un po’, ma adesso ha accettato la cosa. Quando rientro a casa, ci salutiamo sempre con calore. Ma lo facciamo da lontano». In Malattie infettive l’allerta Covid è scattata in netto anticipo rispetto alle altre unità operative del policlinico: il primo caso sospetto risale a inizio febbraio. Ora i ricoverati, che arrivano da tutta la provincia di Chieti e non solo, sono 14.
«Questa esperienza ci ha stravolto la vita», dice il coordinatore infermieristico Franco Graziani, 60 anni, di cui 41 trascorsi in ospedale. «Nelle giornate più complicate, ti viene da pensare che lavorare nelle miniere di carbone sarebbe meno faticoso. Ma poi ci guardiamo negli occhi e andiamo avanti, perché l’amore per la professione che abbiamo scelto di fare ti dà lo slancio per superare tutti i problemi, anche la vita da separati in casa che i nostri familiari sono costretti a sopportare».
L’impatto emotivo, soprattutto negli ultimi giorni, è difficile da contenere. «Sta accadendo sempre più spesso che i nostri utenti siano colleghi: medici, infermieri, altre figure che lavorano nell’ambiente sanitario». Gli ammalati combattono il virus ma anche la solitudine, che in certi casi è persino peggio. «I ricoverati soffrono per l’assenza dei familiari. I più giovani restano in contatto con genitori, fratelli e fidanzate attraverso le videochiamate. Per gli anziani, è più complicato. Spesso sono stati ricoverati d’urgenza e si sono dimenticati il caricabatteria a casa. E allora noi facciamo di tutto per metterli comunque in contatto con i loro cari. Quando arriviamo tutti bardati, con solo gli occhi scoperti, all’inizio sono un po’ spaventati. Poi cerchiamo di tranquillizzarli, di metterli a loro agio».
Gli infermieri attaccano sugli armadietti le lettere mandate ai contagiati assieme al cambio della biancheria. Bigliettini colorati dai nipoti e firmati da intere famiglie che trasmettono quel calore umano che le norme di sicurezza rischiano di azzerare. «Anche questo è un modo per farli sentire un po’ a casa», racconta Graziani. Il reparto è come una grande famiglia: i lutti e le gioie sono di tutti. «Il dolore più grande è quando vedi un malato aggravarsi all’improvviso e morire in completa solitudine: è una cosa terribile, inumana. Magari pochi giorni prima quello stesso paziente era entrato con le sue gambe in ospedale ed era in grado di parlare». Ma dall’inizio dell’emergenza c’è anche chi il virus è riuscito a sconfiggerlo: sono una ventina le persone guarite dopo essere state curate nel reparto del primario Jacopo Vecchiet anche con farmaci innovativi, già utilizzati nel trattamento dell’artrite reumatoide e nelle infezioni da Hiv. «Vedere un paziente migliorare giorno dopo giorno», dice Graziani, «è la vittoria più bella. Sono queste le storie che ci spingono ad andare avanti».

