La Chieti del ’700 tra contadini, preti, nobili e diseredati

Il cultore di storia Bigi racconta le curiosità teatine in un libro «Era una piccola Napoli con 10mila abitanti e i primi negozi»
CHIETI. Erano quasi 10mila i residenti di Chieti nel 1732; trecento anni fa in 1.002, quasi uno su 10, facevano i contadini e gli allevatori di bestiame; 583 erano gli artigiani; 266 tra preti, suore e vertici della Chiesa; 114 erano i nobili e i benestanti. All’epoca non c’era ancora il Teatro Marrucino: esisteva un teatro privato da 200 posti di proprietà di Maria Aurola Fasolo nella piazzetta dietro la sede dell’ex Carichieti. Fu il re Giuseppe Bonaparte, invitato in città, a consigliare agli amministratori di «dotarsi di un teatro più consono». Com’era Chieti più di trecento anni fa lo racconta Aurelio Bigi, cultore della storia teatina e già commissario del Marrucino, in un libro intitolato “Chieti e l’Abruzzo Citeriore nel Settecento”. Per tracciare l’identikit della società teatina del passato, Bigi ha passato al setaccio la documentazione originale dell’epoca: gli atti del catasto di Chieti del 1732, custoditi all’Archivio storico comunale, e quelli onciari previsti nel 1741 (custoditi all’Archivio di Stato).
Il Settecento fu un periodo decisivo per la città: «Sino al Seicento», scrive Bigi, «Chieti era nelle mani delle famiglie nobiliari e risentiva pesantemente dell’influenza del locale potere ecclesiastico. Solo nel Settecento iniziarono ad emergere elementi delle famiglie di mercanti di imprenditori che arrivarono a Chieti. Personaggi che portarono idee nuove e imprenditoriali che andavano oltre l’economia agricola propria dei nobili locali. Eppoi anche il commercio era cambiato: alle fiere in voga sino ad allora si iniziava a preferire l'apertura di negozi che divennero punti di riferimento di una clientela vasta e non solo cittadina». Erano gli anni in cui si parlava di Chieti come “la piccola Napoli”. Bigi racconta: «Una città ricca di alberghetti e locande, salotti aristocratici e cantine. Queste ultime erano frequentate dal “popolino”. Le loro case erano piccole e sopraffollate, da figli, genitori e sorelle non accasate e magari da qualche altro parente. Era veramente una piccola Napoli. Quello di cui peccava, e con Chieti tutto il regno di Napoli, erano le strade di comunicazione: pochissime quelle carrozzabili, le altre poco più che mulattiere. Sulle strade di Chieti si incontravano abitualmente elementi della nobiltà con eleganti vestiti e quelli che venivano dalla campagna per vendere i loro prodotti agricoli e ci si imbatteva in qualche carrozza elegante e tanti, tanti carri e carretti».
Bigi racconta i grandi del ’700: «Chieti diede i natali a tante personalità, anche di spessore, che operarono per il bene della città d’origine e seppero farsi apprezzare in tutto il Regno. Sono da ricordare personaggi di elevata statura quali l’economista Ferdinando Galiani, il marchese Federico Valignani, lo studioso Romualdo de Sterlich e il ministro Antonio Nolli». Erano di Chieti gli arcadi Vincenzo Ravizza e Romano Mattei, il letterato Bernardo Valera, lo storico Domenico Romanelli, il poeta Gennaro Durini, i pittori Donato Teodoro, Ludovico de Majo e Saverio Persico e il compositore Saverio Selecchy, padre del Miserere e cioè la colonna sonora della Processione del Cristo morto.
Secondo Bigi, dei 9.395 residenti, un terzo lavorava: «I restanti due terzi erano le donne che si occupavano delle loro famiglie e non svolgevano attività, nonché i bambini e gli uomini in età non più lavorativa. I teatini che se la passavano meglio erano gli appartenenti a 114 nuclei familiari. Tra questi vi erano 27 famiglie di nobili; 15 di benestanti che vivevano senza lavorare, ma utilizzando le rendite derivanti dai loro patrimoni di famiglia; 31 con dottori di legge, 13 con notai. Meno ricchi ma comunque con un buon reddito vie erano poi le 12 famiglie con speziali e le 16 con chirurghi e medici. Gli studenti erano 49».
L’altra faccia della società erano i poveri: «Vi era poi il mondo della sofferenza con 90 vedove, 25 donne cacciate di casa per scandali adolescenziali, 59 famiglie che vivevano di elemosina, 6 vagabondi, 6 malati mentali e una trentina di inabili. Per tutti questi, lo Stato era assente. L'intervento era rimesso alla bontà e ai magri bilanci delle confraternite e delle Opere Pie».

