La droga dei clan spacciata anche nei vicoli teatini: in 74 sott’accusa

La Direzione distrettuale antimafia pronta a chiedere il processo per due bande albanesi e i complici I pusher locali erano l’ultima catena dell’organizzazione: «Le dosi vendute pure ai minorenni»
CHIETI. La droga dei clan albanesi che gestivano l’affare della cocaina e della marijuana arrivava anche nei vicoli del centro storico teatino. Lo svela la maxi inchiesta appena chiusa dalla Direzione distrettuale antimafia dell’Aquila, che ha diretto le indagini della squadra mobile di Chieti: in 74 sono finiti sotto accusa e, adesso, rischiano di ritrovarsi sotto processo. Tredici di loro, nel 2019, erano finiti in carcere con l’accusa di associazione per delinquere.
I GRUPPI CRIMINALI I poliziotti del vice questore aggiunto Miriam D’Anastasio, coordinati dal sostituto procuratore Fabio Picuti, sono riusciti ad azzerare due gruppi criminali, capeggiati dalle famiglie albanesi Beharaj e Shametaj, che si dividevano lo spaccio di droga nelle province di Chieti, Pescara e Teramo, con proiezioni anche fuori Abruzzo. Ma erano i pusher locali, l’ultimo anello della catena dello spaccio, a vendere le dosi nel cuore della città, anche ai minorenni: per avere un po’ di hashish bastavano 5 euro.
L’ORGANIZZAZIONE I due clan albanesi «potevano contare su una struttura organizzativa assai consistente, fino alla distribuzione ai consumatori finali», con luoghi di deposito dello stupefacente e auto di grossa cilindrata per la «staffetta» ai corrieri e le consegne. «La famiglia Beharaj», sostiene l’accusa, «non solo provvedeva a smistare ingenti partite di stupefacente ma si faceva anche carico della sua produzione, avendo appezzamenti agricoli in Albania coltivati a marijuana da Kastriot Beharaj. Lo stupefacente, dopo aver raggiunto il periodo del raccolto, veniva trasportato via mare da Elton Beharaj». Era lui «la mente dell’associazione» che si occupava anche «dei contatti con gli acquirenti e delle consegne». Il fratello minore Bushi, suo diretto ausiliario, era invece impegnato «a gestire ulteriori sodali e provvedeva a curare in prima persona i viaggi riguardanti i ritiri e le consegne sia di marijuana che di cocaina». La casa colonica della famiglia romena alleata degli Staicu, in contrada Venna di Tollo, era «costantemente presidiata»: si trovava lì il «sito di stoccaggio, lavorazione, confezionamento e smistamento» della cocaina “in pietra”, ovvero purissima. Un altro deposito si trovava a Guardiagrele.
L’ALTRA BANDA Nel febbraio del 2017, con l’arresto di Bushi Beharaj e il rientro in Albania del fratello Elton, veniva lasciata scoperta «una parte di mercato relativa al traffico di droga» tra Montesilvano e Silvi. «Il questo contesto emergeva la figura di Fatjon Shametaj che, oltre ad avere importanti rapporti con i fratelli Beharaj, si poneva quale nuovo leader del gruppo già esistente in loco e facente capo a un altro albanese, Orgest Dashi». Quest’ultimo, finito in carcere, non era «più in grado di gestire la sua rete di spaccio».
SPACCIO IN CITTÀ Tra i 74 indagati ci sono anche tre giovani che, all’epoca dei fatti, vivevano in città: Pierluigi Bellia, la compagna Debora Tosti e Umberto Cavallucci, definito in codice «operaio» perché alle loro dipendenze. Devono rispondere tutti di detenzione ai fini di spaccio di sostanza stupefacente. La giovane coppia di fidanzati, secondo gli investigatori, comprava soprattutto da due albanesi. Il primo è il buttafuori Eduard Alushi, in contatto diretto con Fatjon Shametaj. L’altro fornitore è stato individuato in Elion Ndreu, poi arrestato perché trovato con 8 chili di hashish e 9 di marijuana.
LA DIFESA Gli indagati sono difesi, tra gli altri, dagli avvocati Italo Colaneri, Pasquale D’Incecco, Mauro Faiulli, Carlo Di Mascio, Gianluca Carlone, Giancarlo De Marco, Roberto Serino, Bruno Gallo, Paolo Sisti e Francesco Bucceroni.
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