«La gente del paese ci salvò dai tedeschi: grazie per sempre»

28 Novembre 2023

ORSOGNA. «Se sono vivo, se non sono stato deportato in un campo di concentramento, se adesso sono diventato bisnonno, è solo grazie a tutti gli orsognesi». Bruno Laufer, 86 anni, lo dice al telefono...

ORSOGNA. «Se sono vivo, se non sono stato deportato in un campo di concentramento, se adesso sono diventato bisnonno, è solo grazie a tutti gli orsognesi». Bruno Laufer, 86 anni, lo dice al telefono con voce emozionata ma decisa. Parla da Roma, la città in cui vive con la famiglia. Ma è Orsogna il suo luogo del cuore.
«Arrivai in paese tra il 1941 e il 1942, con i miei genitori», racconta Bruno, diventato poi imprenditore di successo. «Quando la situazione venne presa in mano dai nazisti, c’era il pericolo che qualcuno potesse denunciarci: per ogni ebreo segnalato, c’era un premio di cinquemila lire, una cifra enorme per l’epoca. Ma nessun orsognese ci denunciò. Non solo: quando eravamo braccati come animali, ci salvarono nascondendo la nostra identità. Ci accolsero come se fossimo persone di famiglia, vivevamo accanto a loro. Tutti i giorni andavamo a fare il saluto fascista. Ci facevano il controllo dei nomi, non potevamo muoverci. Purtroppo un’altra famiglia ebrea fu in seguito scoperta e trucidata», e qui la voce si incrina.
«La popolazione del posto», riprende Laufer, «è stata molto benevola, di cuore e di animo: la ringrazierò per sempre, come ho già sottolineato durante la cerimonia dello scorso febbraio a Orsogna».
In quell’occasione Laufer, accompagnato dalla nuora Noemi Di Segni, presidente dell'Unione delle comunità ebraiche italiane, ha raccontato in piazza la sua storia, davanti al sindaco Ernesto Salerni, agli altri primi cittadini della zona e a decine di studenti. Nel corso della cerimonia è stata scoperta una targa che recita: «Al popolo di Orsogna in riconoscimento dell’accoglienza e solidarietà verso le famiglie ebree confinate tra il 1940/43 nella sua cittadina».
Quanto alla battaglia giudiziaria vinta dopo anni di ricorsi e controricorsi, Laufer sottolinea: «Era davvero un barzelletta negarmi il riconoscimento di “ex perseguitato razziale” perché, all’epoca dei fatti, non ero cittadino italiano. Sono stato apolide fino al 1986, quando mi è stata concessa la cittadinanza italiana anche sul presupposto che ero stato chiamato a fare il militare. Ho deciso di rivolgermi ai giudici per una questione di principio». E il Consiglio di Stato, la scorsa settimana, gli ha dato definitivamente ragione. (g.let.)
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