«La guerra e Chi l’ha visto la mia vita tra le storie»

Il regista Franceschelli si racconta, dai jeans rotti in classe al Vico alle trasmissioni tv «Quanti giorni chiuso al cinema Eden, guardavo i film e urlavo ordini agli attori»
CHIETI. «Da ragazzo volevo fare il musicista. Anzi, no, il regista. O forse altro ancora. Comunque qualcosa che incontrava puntualmente lo scontatissimo “ca da fa cussù” da parte di amici e conoscenti. E anche mia madre, quando dissi che volevo entrare in conservatorio, mi rispose che mi avrebbe spedito dritto al... riformatorio». Era un giovane inquieto Fabrizio Franceschelli, regista e sceneggiatore televisivo, che incrociò il Sessantotto sui banchi del liceo classico Giambattista Vico. Ora guarda i portici di corso Marrucino e sorride: «Queste mura per me sono piene di voci, di ricordi legati alle scorribande di ragazzini lungo i vicoli del centro storico per poi passare interi pomeriggi al cinema Eden dove si proiettavano film in un certo senso interattivi, ovvero con il pubblico a dare consigli ai protagonisti del film in attesa che arrivasse “lu ggiovane”, ovvero l’eroe buono che puntualmente faceva giustizia. A scuola me la cavavo bene e, appena arrivato al liceo, con jeans sdruciti e capelli lunghi, il messaggio del preside affinché dentro e fuori la scuola il nostro comportamento fosse consono al prestigioso corso di studi intrapreso mi lasciò prima perplesso e poi indifferente. Mio padre morì che avevo 14 anni e di lui mi erano rimasti i ricordi di un uomo dal carattere orgoglioso e determinato, reduce dai tormenti della prigionia ad El Alamein».
Fabrizio, anche al di là del clima di contestazione del periodo, andò comunque per la sua strada. «Mi sono sposato a vent’anni e subito dopo arrivarono due figli. Per sostenere la famiglia bisognava fare qualcosa, misi assieme diversi mestieri e, per comprare gli strumenti musicali, andavo in giro a suonare con alcuni gruppi spostandoci a bordo di un pulmino in un’atmosfera felliniana. Con un amico fondammo “Radio Anna” mentre, intanto, mi ero iscritto a giurisprudenza dove presto capii che non poteva essere la mia strada. Conseguenziale il passaggio alla facoltà di storia e filosofia, importante l’incontro con Giancarlo Castelli Gattinara, professore di antropologia culturale. Cominciai a divorare libri su cinema, teatro e televisione, andavo spesso a Roma cercando gli “agganci” utili anche se tutti mi dicevano che “senza santi in paradiso” avrei trovato solo porte chiuse. Oggi posso dire che questo è vero solo in parte e che, alla fine, la perseveranza premia». La perseveranza di chi, sul treno per la Capitale, tirava fuori un registratore a cassette per memorizzare le storie che gli venivano raccontate dai passeggeri. «Storie dalle quali tiravo fuori cortometraggi da proporre a qualcuno. Superati gli esami al centro sperimentale di cinematografia riuscii comunque a suscitare interesse per l’Abruzzo, terra allora incredibilmente sconosciuta ai più, ed io stesso scoprii un mondo fantastico legato, per esempio, alla pastorizia e ai transumanti».
Sotto l’obiettivo di Franceschelli, tra l’altro, la Majella, le farchie di Fara, il Venerdì Santo a Chieti e le ceramiche di Castelli in oltre quaranta cortometraggi premiati e distribuiti nei cinema italiani. «Circa un quarto d’ora tra uno spettacolo e l’altro mentre, in Rai, l’istituzione della terza rete con ampi spazi culturali e molta attenzione alle realtà locali aprì nuove prospettive. Da progetti esterni a collaborazioni dirette, mi ritrovai a “Detto tra noi”, destinato a diventare “La vita in diretta”, per poi approdare all’ormai storico “Chi l’ha visto” con il quale collaboro da oltre vent’anni». E poi, sempre, l’Abruzzo ed il desiderio di raccontare la propria terra, scavando nel vissuto della gente tra gioie e dolori. Nacque così, in collaborazione con la moglie Anna Maria Cavasinni, compagna di vita e di tante esperienze lavorative come regista in una formidabile comunità di intenti, la serie “La guerra in casa”, proposta ben 38 volte da RaiStoria: «Una serie nella quale ho provato a raccontare, attraverso le testimonianze di centinaia di protagonisti, documenti e filmati, la tragedia di quegli anni vissuti nella nostra regione attraversata dalla Linea Gustav». Quindi ancora “Chieti città aperta”, dove risalta la grande figura di monsignor Venturi, ed il recente successo ottenuto con il docufilm “Il treno degli altipiani”, chiamato anche Transiberiana d’Italia. Una storia, quella della strada ferrata Sulmona-Carpinone-Isernia, inaugurata nel 1897 e che si inerpica fino a 1300 metri di altitudine, arricchita anche da fiction che hanno visto il coinvolgimento degli stessi abitanti dell'entroterra abruzzese. Su tutto, la sensazione che Fabrizio abbia sempre inseguito ed insegua tuttora l’obiettivo di fare nella vita ciò che gli piace, animato da una passione trasmessa al figlio Max, giornalista e regista, che sta vivendo importanti esperienze anche all’interno della Rai.
Ancora uno sguardo al centro storico. «Una città sempre accogliente che attraversi a piedi in mezz’ora tra tante suggestioni. Per contrastarne lo svuotamento sarebbe però necessario la riduzione degli affitti di alcuni locali e la realizzazione, come in altre realtà, di idonei parcheggi». Affinché non diventi un luogo a misura di pensionati. «Spero davvero di no», conclude Franceschelli, «anche perché il mio è un lavoro in cui non si va mai in pensione».
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