La mamma di Giuseppe: «È fuori pericolo»

25 Ottobre 2020

Il 18enne in coma da 7 giorni, la madre spera: sta meglio, ma un danno c’è. Il padre: voglio giustizia

LANCIANO. È in coma da sette giorni Giuseppe Pio D’Astolfo, il diciottenne colpito da un pugno sferrato da un tredicenne dietro l’ex stazione ferroviaria. I medici del reparto di terapia intensiva dell'ospedale di Pescara hanno rinviato l’allentamento della sedazione per tenere ancora a riposo l’attività cerebrale del giovane.
«Ringrazio i medici e tutto lo staff della Rianimazione di Pescara, i carabinieri e il sindaco di Lanciano», dice Paola Iasci, la madre di “Dasto”, come lo chiamano gli amici, il “gigante buono” visti i suoi quasi due metri di altezza, «mi dicono che mio figlio è fuori pericolo ma un danno, circoscritto, c’è. Le indagini vanno avanti, siamo fiduciosi». Domenica scorsa è iniziato il dramma per questa famiglia, con la notizia del figlio aggredito mentre era a fare serata con gli amici e operato d’urgenza alla testa. Un calvario che va avanti da sette giorni. A sferrare quell’unico, micidiale, pugno, è stato un tredicenne di origine rom, che avrebbe colpito alla tempia Giuseppe in un momento di distrazione. In quanto minore di 14 anni, il ragazzino non è imputabile.
«Io penso che la giustizia qualcosa debba fare», dice intervistato al Tgr Abruzzo il padre del diciottenne, Giuseppe D’Astolfo, «anche se non è imputabile, ha ridotto mio figlio in quelle condizioni».
Il minore, accompagnato dall’avvocato Vincenzo Menicucci, si è presentato mercoledì sera in caserma, dove ha confessato di aver colpito il diciottenne per paura di essere aggredito a sua volta. I carabinieri di Lanciano, diretti dal maggiore Vincenzo Orlando, erano già arrivati a lui e ai suoi amici, due minorenni di 14 e 15 anni e due maggiorenni, P.D.R., 18 anni, e G.D.R., 30 (questi ultimi assistiti dall'avvocato Massimo Biscardi). Nei giorni precedenti anche sui social il ragazzino era stato additato come responsabile dell’aggressione. In particolare su una app di messaggi in forma anonima, Tellonym (in realtà vietata ai minori di 17 anni), c’è chi gli dà addosso e chi invece ne prende le difese. «Tutto si può risolvere con le parole e non con le maniere forti. Non c’è bisogno di ridurre una persona in fin di vita», scrive un utente. «Se non tiravo quel pugno loro potevano benissimamente ammazzarmi», replica il minorenne, «e quindi sai come si dice: morte tua vita mia. Che ne sapevo io che con un pugno quel ragazzo poteva andare in coma», si giustifica il ragazzino, «e se succedeva a me? Ve lo dico io, ci facevate una festa». «Ma chi si è messo in mezzo poi?», chiede un altro utente. «Nessuno, a me non serve la baby gang come dicono i giornalisti», risponde a tono. «Ha sbagliato a tirare il pugno», commenta un altro, «ma fate agire le forze dell’ordine».
E Procura e carabinieri, infatti, hanno già chiuso il cerchio.