«La mia casa saccheggiata Tutto sparito dopo il sisma»

25 Novembre 2017

Il racconto della moglie del medico Palermo: «Sciacalli in azione tra le macerie» Depredata l’abitazione di famiglia ad Accumoli: rubati mobili antichi, porte e caldaia

CHIETI. «Dopo il danno anche la beffa». È l’amara conclusione di Licia Pizzingrilli, moglie di Michele Palermo, noto medico teatino. Da molti anni, la donna vive a Chieti, in viale Amendola, ma nel paese terremotato di Accumoli, il 24 agosto del 2016, dove si trovava in vacanza nella casa di famiglia in cui è nata, ha vissuto una terribile esperienza. E ora in quella casa è sparita ogni cosa: tutto saccheggiato.
«Sono una sopravvissuta di quel terremoto», racconta, «insieme con mio marito mi sono salvata miracolosamente. Aiutati da mio nipote siamo fuggiti del balcone, perché la porta d’ingresso era bloccata. Al primo albeggiare dello stesso giorno mi colpì vedere sfilare sulla strada le auto accorse sul luogo per portare soccorso: carabinieri, guardia di finanza, polizia, vigili del fuoco, corpo forestale, protezione civile e ambulanze». Una grande mobilitazione che è servita anche a non far sentire soli e abbandonati i colpiti dal sisma. Sono stati davvero momenti terribili quelli vissuti in quella drammatica giornata: «Prima la paura, poi lo shock», continua Pizzingrilli, «che dura ancora, poi pian piano la rassegnazione per aver perso la casa che è stata la mia culla, della mia famiglia e dei miei avi. Aspettando la rimozione delle macerie è sopraggiunta la speranza di ritrovare qualcosa degli affetti di famiglia che avevo conservato amorevolmente per una vita». Quel giorno è arrivato, quando i proprietari sono stati chiamati a verificare quel che restava dal sisma: e quel giorno è stato scoperto qualcosa di inaspettato e grave. Ma diamo ancora la parola alla signora Licia: «Dopo aver presenziato alla rimozione delle macerie private, dalla speranza in me è sopraggiunta tanta rabbia: tra i sassi e terra rimossi dalle ruspe, non ho visto uscire un oggetto, anche più piccolo o a pezzi; una tavola di un mobile, anche se rotto; una porta interna del mio appartamento (erano 7 porte a massello); il portone d’ingresso testimone di secoli di vita. Solo qualche carta, qualche libro, una foto di mia mamma a un anno fra i suoi nonni e un frammento di 4 centimetri quadrati di una serie di ceramiche (ben una settantina di pezzi) Bontempo». Un quadro desolante. «Allora mi sono chiesta: ma è scoppiata una bomba o è stato un terremoto? Tutto polverizzato? Porte blindate, mobili antichi e quant’altro, e i resti di tutto questo? Persino la caldaia dei termosifoni non c’è più». Per Pizzingrilli è stato un momento di grande sconforto, di cui giustamente chiede ora ragione: «Trent’anni abbiamo impiegato per rimettere in piedi quella casa dopo il terremoto del 1979, quando ci furono tanti scandali. L’area è ancora zona rossa e per accedervi c’è bisogno del pass del Comune. Però, deduco, che sono entrati solo gli sciacalli e per di più con i camion». Scontato che, adesso, ci si chieda come abbiano funzionato i controlli ad Accumoli e nelle altre zone colpite dal terremoto: «Quei poveri soldati messi di guardia agli accessi del paese, che stanno a fare al freddo e al gelo? Mandateli a casa, poverini», dice la donna, «ormai non servono più: il saccheggio è avvenuto».
Una denuncia amara, circostanziata da fatti che chi ha la responsabilità della gestione del post terremoto non dovrebbe ignorare. Quella casa è stata letteralmente depredata: non solo i mobili, molti dei quali erano di grande valore non solo affettivo, ma anche portoni e persino la testata del grande cammino, con incisioni che raccontavano eventi di vita di quella famiglia, sono spariti senza lasciare alcuna traccia. Una brutta pagina che offre una pessima visione di quanto accaduto nelle zone terremotate che non dovrebbe restare senza immediati chiarimenti.
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