«La passione più forte del dolore»

7 Novembre 2022

La ginnasta Aiello conferma le accuse: ho gareggiato mentre usavo le stampelle

CHIETI. Alice Aiello, la ginnasta che con le sue dichiarazioni ha squarciato il velo su presunti maltrattamenti subiti durante la sua attività agonistica a Chieti, torna a parlare.
«Vorrei chiedere al quel padre che ha scritto che nessuno ci puntava una pistola alla testa per restare in palestra», precisa, «a tutte quelle allenatrici che hanno condiviso questo pensiero e quelle altre che stanno scrivendo che non ci sono più ginnaste di una volta, che noi siamo troppo fragili… avete mai visto gli occhi di una bambina che ama veramente questo sport? Non avrei smesso per nessun motivo al mondo, per questo ho sopportato tutto quello che mi è successo e quello che succedeva alle mie compagne. Il mio sogno era fare ginnastica ritmica, non vincere».
E aggiunge: «E vorrei dire a tutte quelle altre persone che dicono che “per fare questo sport ci vuole sacrificio e non lamentele”, che noi il sacrificio l’abbiamo conosciuto bene.
Avevo un edema spongioso osseo al limite con la frattura da stress al quarto metatarso, andavo a scuola con le stampelle, entravo in palestra, le appoggiavo al muro, mi allenavo e poi ritornavo a casa con le stampelle, ogni sera con il piede sempre più gonfio, ma non mi potevo fermare.
Poi aggiunge: «Cinque mesi dopo, ho partecipato alla gara indossando una cavigliera solo per coprire agli occhi degli altri il mio problema. Ai miei primi assoluti, nessuno lo sa, ma avevo una lesione al cercine dell’anca destra, al secondo giorno di gara dopo le finali con la squadra non riuscivo più neanche a camminare, ero stesa nel corridoio dietro gli spalti, non volevo piangere ma mi uscivano le lacrime in silenzio da sole dal dolore, ricordo ancora che per non fare preoccupare mia mamma chiamai mio papà per dirgli che non riuscivo più a muovermi, lui venne lì da me, mi asciugò le lacrime e mi disse solo questo “forza amore mio”. Ho trovato la forza di fare la mia finale al cerchio solo perché era il sogno di tutta una vita quella gara». Infine spiega: «Sapevo già di avere 3 protusioni vertebrali che mi paralizzavano totalmente un pezzo della schiena, per non parlare del dolore. Sapete anche perché ho continuato anche se nessuno mi puntava una pistola alla testa? Perché era la cosa che più amavo al mondo. Il sacrificio è questo e si sopporta per ciò che si ama, la violenza e l’umiliazione no».