La Procura vuole l’ergastolo per Marfisi

Presentato il ricorso contro la condanna a 30 anni per l’assassinio della moglie e dell’amica: delitto premeditato, no alle attenuanti
CHIETI. La procura vuole l’ergastolo per Francesco Marfisi. Trent’anni non bastano: merita il carcere a vita, secondo la pubblica accusa, l’assassino di Ortona che il 13 aprile 2017 ha ucciso la moglie Letizia Primiterra con 26 coltellate e l’amica di lei, Laura Pezzella, con altri 52 fendenti. Il pm Giancarlo Ciani ha presentato ricorso in appello contro la sentenza di primo grado, pronunciata dal giudice Isabella Maria Allieri lo scorso 7 luglio, che ha escluso le aggravanti della premeditazione e della crudeltà. Al contrario la procura, a partire dalle ore successive al duplice delitto ha sempre sostenuto con forza che l’omicida «ha elaborato il progetto criminale in quattro mesi e lo ha consolidato il giorno precedente».
Per l’accusa, già durante l’interrogatorio di Marfisi, «ma anche grazie alle sommarie informazioni dei figli», è stato possibile «ricostruire la premeditazione. In effetti lo stesso Marfisi ha confessato di non sopportare la relazione omosessuale della moglie con Pezzella», il che «era divenuto per lui insopportabile proprio negli ultimi mesi anche in ragione del fatto che le due donne lo deridevano e che in città si era sparsa la voce della loro relazione. Non da ultimo le due donne avevano il giorno precedente – in cui ricadeva il compleanno della Primiterra – deriso Marfisi, riferendo lui che avevano avuto un rapporto sessuale per festeggiare». Una tesi che non è stata condivisa dal giudice di primo grado. «Quanto dichiarato da Marfisi in merito alle provocazioni», ha scritto il giudice Allieri, «è stato smentito da tutti i testimoni mentre, in relazione al periodo pregresso, le sue affermazioni non hanno trovato alcun riscontro. La sua condotta appare illuminata da dolo d’impeto. Il proposito omicidiario, posto in essere in un lasso temporo-spaziale brevissimo, sembra essere scattato senza alcuna predisposizione particolare di mezzi, se non di due coltelli di facile reperimento in cucina». Il giudice ha insistito: «La condotta così plateale, il fatto di aver voluto annunciare ai carabinieri il secondo delitto, le modalità impetuose appaiono esattamente espressione di una vera e propria eruzione esplosiva, di una volontà punitiva e irrefrenabile per il rifiuto della moglie e per lo scandalo che tale situazione aveva generato, in un piccolo centro dove tutti si conoscevano».
In primo grado, contrariamente a quanto richiesto dalla procura, anche l’aggravante della crudeltà è stata esclusa nonostante le ben 78 coltellate. Si legge sulla sentenza: «La ripetizione dei fendenti, il fatto che siano state colpite prevalentemente zone vitali e che la morte sia giunta pressoché subito, pur essendo espressione di cieca e pervicace volontà omicida, non appare rappresentare la volontà di infliggere sofferenze aggiuntive».
Pm e giudice sono stati invece concordi nell’escludere l’attenuante della provocazione. «Anche a voler ammettere che le due vittime abbiano usato toni di derisione», è scritto in un passaggio-chiave delle motivazioni, «resta il fatto che fu l’imputato a presentarsi dalla moglie armato di due coltelli e a casa della Pezzella, dopo aver sfondato la porta dell’appartamento, per ucciderla nel giro di pochi secondi, senza darle il tempo di fare nulla». Su Marfisi pende anche un’accusa di tentato omicidio: avrebbe voluto uccidere una terza donna, Chiara Tedesco, l’amica che ha dato ospitalità alla moglie Letizia. Dopo il primo omicidio, il killer avrebbe urlato: «Adesso ce n’è anche per te». E al luogotenente dei carabinieri che accompagnava in auto il figlio di Marfisi, negli attimi drammatici che seguirono la morte di Letizia, aveva annunciato: «Voglio uccidere altre due donne».
L’assassino deve rispondere anche di lesioni aggravate verso la figlia incinta, colpita alla testa mentre cercava di difendere la madre nell’androne del palazzo di via Zara. I termini per impugnare la sentenza scadono lunedì prossimo. E dopo la procura anche il difensore di Marfisi, l’avvocato Rocco Giancristofaro, è pronto a presentare ricorso. Sarà battaglia anche in appello.

