La protesta Alimonti torna ai cancelli

Dopo la prima vendita all’asta andata deserta scatta oggi il nuovo sit-in dei lavoratori: «Chiarezza sul nostro futuro»
ORTONA. Umori incandescenti tra i dipendenti del Molino Alimonti dopo la prima asta andata deserta, l’altro ieri a Chieti, nella procedura del concordato preventivo tra i creditori. E questa mattina tutti e 60 torneranno davanti ai cancelli del grande stabilimento di Caldari chiuso e improduttivo da quasi due anni, stavolta per montare un presidio di almeno una giornata per attirare l’attenzione su una vertenza che ora rischia di scivolare verso il fallimento dell’intero gruppo delle farine alimentari con la mobilità e il licenziamento unici sbocchi possibili.
Flai-Cgil e Fai-Cisl d’accordo con i rappresentanti sindacali aziendali e tutti i lavoratori sono pronti a manifestare con azioni anche clamorose, come a giugno quando per alcuni minuti fu bloccata la vicina ex statale della Marrucina. «Forse c’è un accordo sotterraneo per il fallimento del gruppo Alimonti», commenta con rabbia un dipendente, «per poi rilevare l’azienda una volta svuotata dalle maestranze storiche, quelle che hanno contribuito a far entrare questo marchio del povero Abruzzo tra i grandi italiani e europei nel suo settore».
Tensione che si taglia con il coltello, quella che serpeggia anche tra i sindacati, che sono stati accanto a operai, autisti e impiegati fin dal 2010, quando affioravano i primi segnali di disaccordo tra i vertici aziendali e le banche, che d’un tratto avevano scelto di far rientrare la Alimonti dall’esposizione bancaria che aveva consentito al gruppo di toccare nello scorso decennio quota 120 milioni annui di fatturato e una crescita che nemmeno le avvisaglie della crisi finanziaria mondiale scoppiata nel 2007 avevano sembravano poter fermare.
Fallita la prima asta, il sindacato torna in cattedra dopo mesi di attesa interlocutoria per nuove cordate in grado di rilanciare il marchio nato a Guardiagrele negli anni Cinquanta. «Capiamo», spiega Ada Sinimberghi, segretaria regionale della Flai, «che i commissari liquidatori devono fare gli interessi dei creditori, fra i quali ci sono gli stessi lavoratori in veste di privilegiati in materia di Tfr. Ma qui parliamo di lavoro, il vero credito che i dipendenti chiedono di fruire, e per questo pensiamo che oltre a una seconda asta centrata anche sul fitto dell’azienda oltre che sulla vendita, occorra l’entrata in scena della politica, che non può assistere inerte alla perdita di decine di posti di lavoro. La Regione», chiede Sinimberghi, lavori per cercare proposte e interlocutori credibili». Franco Pescara, segretario abruzzese di Fai, si dice amareggiato per l’esito della prima asta. E spiega che «occorre strappare un’ulteriore proroga della cassa integrazione straordinaria dopo la scadenza di agosto, per assicurare qualche residua chance di ritorno al lavoro nei tempi della procedura concorsuale. I commissari», osserva Pescara, «dovrebbero tener conto di questa variabile, e agire di conseguenza in tempi stretti. Perché i lavoratori avvertono ormai, ogni giorno che passa, che il tempo sta per scadere».
Francesco Blasi
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