La rapina da 120mila euro resta senza colpevoli

29 Marzo 2019

Ribaltata la sentenza di primo grado: assolti i due napoletani condannati a 8 anni Cade il riconoscimento fotografico di due passanti: «Non sono stati loro a colpire»

CHIETI. Una rapina in banca da 120mila euro con 7 dipendenti minacciati con le pistole e sequestrati dentro il bagno, poi la fuga nel traffico di viale Croce a Chieti Scalo. Un assalto da professionisti alla ex Carichieti che, a distanza di 7 anni, è ancora senza colpevoli. I due condannati in primo grado a una pena di 8 anni sono stati assolti «per non aver commesso il fatto».
Quel 19 gennaio del 2012, un giovedì pomeriggio, entrarono in azione in 5, con le facce coperte da cappelli e sciarpe e con le armi in pugno. Dopo aver minacciato i dipendenti della banca con la pistola e dopo averli chiusi a chiave in bagno, i rapinatori presero 116.959 euro, oltre a 2.000 corone norvegesi, 250 dollari canadesi, 1.900 dollari australiani, 2.500 sterline inglesi e 3.800 dollari americani: prendere tutto nel minor tempo possibile. Impossibile riconoscere i banditi, ma una volta fuori dalla filiale, in due si sarebbero scoperti il volto correndo verso la macchina. Tre componenti della banda non sono mai stati identificati; gli altri due invece sono stati incastrati dalle foto segnaletiche mostrate a due testimoni chiave, una ragazza che stava portando il cane a spasso e un poliziotto fuori servizio che sta ritirando soldi al bancomat. Così Giovanni Visiello, all’epoca 30 anni di Torre Annunziata, e Antonio Speranza, 31 anni di Poggiomarino, sono finiti a processo davanti al tribunale di Chieti e, il 17 ottobre del 2017, è arrivata la sentenza: 8 anni di reclusione a testa, a fronte dei 6 chiesti dalla procura, più duemila euro di multa e la condanna a pagare una provvisionale di 50mila euro alla banca. Una stangata che i due napoletani non hanno mai accettato: «Si sono professati sempre innocenti», dice l’avvocato Roberto Cuomo. Visiello ha dichiarato che, il giorno della rapina, si trovava all’ospedale di Vicenza per assistere il figlio nato da poco durante un ricovero; Speranza ha raccontato che era al lavoro nel suo bar del Napoletano come dimostrerebbe una bolla di accompagnamento di merce consegnata da un fornitore, bolla con la sua firma sopra. Ma, oltre agli alibi che in primo grado sono stati considerati non credibili, la difesa ha contestato il riconoscimento fotografico operato dai testimoni: «I dipendenti della banca che furono sequestrati nel bagno non hanno mai riconosciuto i miei assistiti. Visiello e Speranza sarebbero stati riconosciuti solo da due passanti», dice l’avvocato. E facendo leva su questo, la difesa ha fatto ricorso davanti alla Corte d’appello dell’Aquila. E i giudici hanno accolto la tesi della difesa: per la sentenza di secondo grado, non sono stati Visiello e Speranza a compiere quell’assalto da manuale. I giudici hanno considerato viziata la comparazione fotografica: ai testimoni sarebbero state mostrate foto di persone giovani e anziane, senza via di mezzo e questo, stando alla ricostruzione della difesa, potrebbe aver tratto in errore i testimoni. Il risultato è che quella rapina di 7 anni fa resta un mistero.