La sentenza diventa un atto di accusa

Il giudice che condannò l’imprenditore per inquinamento puntò l’indice contro la procura per il mancato sequestro
CHIETI. Il rogo è spento. Le polemiche si accendono. La sentenza di condanna dell’imprenditore della discarica data alle fiamme è la chiave di volta di questa vicenda che rischia di approdare in parlamento.
E’ il 12 gennaio del 2012 quando il giudice Patrizia Medica condanna a 8 mesi di arresto e 15mila euro di ammenda Domenico Leombruni, 61 anni di Pratola Peligna, e assolve l’altro imputato D.M., 63 anni di Sulmona, il primo legale rappresentante della Serveco srl, l’altro amministratore di fatto della società che stoccava rifiuti pericolosi, mischiandoli a quelli non pericolosi, nella mega discarica di Colle Marcone alla quale la Regione aveva revocato l’autorizzazione. Il giudice elenca i rifiuti: batterie esauste al piombo, al nichel cadmio e accumulatori, fanghi, olii esausti, farmaci scaduti, solventi diluenti e resine. Ma il fulcro della sentenza è un atto d’accusa contro chi, nel 2008, comandava la procura di Chieti, per non aver fatto sequestrare la discarica dei veleni. Non parliamo dell’attuale procuratore capo, Pietro Mennini, che oggi non può far altro che prendere atto delle pesanti affermazioni del giudice Medica, da mesi trasferita da Chieti. Ma che tre anni fa scrisse queste frasi che estrapoliamo testualmente dalla sentenza: «L’incredibile paradosso della vicenda è costituito dal fatto che le condizioni drammatiche dell'area sequestrata dalla G. di F. Il 10.2.2009 erano state accuratamente monitorate dal Corpo Forestale dello Stato, Nucleo Investigativo di Polizia Ambientale e Forestale di Chieti (NIPAF) che, sin dal 14.3.2008 aveva trasmesso alla Procura della Repubblica di Chieti il fascicolo delle riprese fotografiche, dal quale risultava chiaramente che la Serveco S.r.l., in violazione delle prescrizioni contenute nell'autorizzazione regionale, aveva abbandonato una quantità inverosimile di rifiuti su tutta l'area pavimentata del sito di stoccaggio, nonché direttamente sul terreno, miscelando tra loro le diverse tipologie di rifiuti». Fatta questa premessa il giudice rincara la dose: «L'evidenza e la gravità delle violazioni accertate non aveva però condotto all’adozione di alcun provvedimento cautelare, tanto che risultavano effettuate, in data 10.8.2008 ed in data 17.11.2008, sempre dal NIPAF di Chieti, ulteriori e sempre più eloquenti fotografie del sito, raccolte nei fascicoli fotografici trasmessi alla Procura della Repubblica di Chieti ed acquisiti agli atti». E ancora: «La situazione sopra descritta si era protratta ed ulteriormente aggravata sino a quando, a seguito di un sorvolo con elicottero, la Guardia di Finanza Sezione Aerea di Pescara, aveva accertato sull'area». E l’aveva finalmente sequestrata di propria iniziativa. Da qui partì il processo a Leombruni che attualmente è fermo in Cassazione. Ma, tornando al 2012, il giudice mise in mora la procura scrivendo: «Rilevato altresì che anche dopo tale provvedimento non era stata svolta alcuna indagine, né assunta alcuna valida iniziativa per porre in sicurezza il sito sequestrato, dispone la trasmissione alla procura della Repubblica di Chieti di copia della sentenza, chiedendo di essere informata dell'esito del procedimento». Ma non accadde nulla. Così pare. Né la Medica decise di inviare gli atti alla procura di Campobasso competente di procedimenti contro i colleghi magistrati abruzzesi. La conclusione della sentenza invece sa di beffa: «Letto l'art. 192 del D.L.vo 152 del 2006 ordina il dissequestro del sito, condannando Leombruni a rimuovere ed avviare a recupero o smaltimento di rifiuti depositati sulla area gestita dalla Serveco S.r.l., sotto la vigilanza della Polizia Provinciale e del Sindaco del Comune di Chieti (Umberto Di Primio, ndr) che disporrà, con ordinanza, le operazioni necessarie ed il termine entro il quale provvedere alla bonifica del sito. Decorso il termine indicato nell'ordinanza sindacale, alla bonifica dell'area provvederà il Sindaco di Chieti, con esecuzione in danno di Leombruni tenuto al rimborso delle spese sostenute dall'Ente». Ma il ricorso in appello del condannato bloccò la bonifica. E ora un piromane ha fatto sparire tutto.

