Vasto

La storia di Marc: «Dalla Costa d’Avorio e la prigionia in Libia all’Abruzzo, casa mia»

1 Luglio 2026

Il racconto struggente di Marc Eliel Bahore, in Italia dai 25 anni. Ha rischiato la vita per arrivare qui, oggi lavora con la Filcams Cgil. E nel futuro c’è l’Abruzzo: prima Pescara, poi Vasto. Qui ha una compagna e una figlia, per lui l’Italia è «il Paese che mi ha salvato la vita»

VASTO. Marc, l’ultima immagine che ha di casa sua?

«Quando sono entrati i rivoluzionari. Ci hanno portati via ed è stata data alle fiamme».

E la prima dell’Italia?

«Un uomo sorridente che arriva, mi mette una coperta attorno alle spalle e mi dice: “Questo è il tuo panino, quello il tuo lettino. Ora riposa”. Non lo dimenticherò mai».

Tra questi due punti estremi c’è la storia di Marc Eliel Bahore. È ivoriano, dal 2018 vive in Abruzzo e ha 34 anni ma era appena maggiorenne quando i soldati del colpo di Stato che ha rovesciato il governo della Costa d’Avorio sono piombati in casa sua ad armi spianate e con l’ordine di ucciderlo insieme alla sua famiglia. Muoiono suo padre e suo fratello. Lui, sua madre e sua sorella vengono salvati per uno scherzo del destino che scoprirete leggendo questa intervista. In questa storia, che inizia come quella di una vita ordinaria – Marc studia economia con risultati brillanti, esce con i compagni di corso, ride e scherza in casa con i genitori – accade di tutto: fughe, rapimenti, bugie guardando sempre la morte negli occhi. Ma il vero twist è la grazia estrema con cui lui racconta tutto sapendo che «non posso vivere nel passato, devo andare avanti e pensare al futuro». E nel futuro di Marc c’è l’Abruzzo: prima Pescara, poi Vasto. Qui ha una compagna e una figlia, per lui l’Italia è «il Paese che mi ha salvato la vita», anche se «quando morirò, voglio che sia nella mia casa in Costa d’Avorio». Non una qualsiasi, ma quella che i miliziani hanno dato in pasto alle fiamme.

Marc, pensa ancora alla sua vecchia casa?

«Voglio ricostruirla, lo sto facendo con i soldi guadagnati qui in Abruzzo».

Cosa fa qui?

«Il barista. E sono “tuttofare” in una cantina a Vasto Marina».

Ma in Costa d’Avorio, da cui è fuggito, aveva due lauree.

«In marketing e comunicazione, la seconda in informatica industriale. Qui però non vengono riconosciute».

Uno studente brillante?

«Mi piacevano le materie umanistiche, in realtà. Le lingue, la filosofia. Sono anch’io un po’ filosofo (ride, ndr)».

Era un ragazzo felice?

«Molto. Con un’infanzia serena: papà era capo della gendarmerie (omologo dei carabinieri, ndr) e non c’era quasi mai, mamma si impegnava nelle battaglie politiche».

All’epoca della sua adolescenza il presidente era Laurent Gbagbo.

«Mia madre militava in un movimento che lo sosteneva, si conoscevano. Erano amici».

Un’amicizia sconveniente, alle porte della guerra civile: da lì a pochi mesi, verrà arrestato.

«Gbagbo era convinto che l’origine di tutti i nostri problemi fosse legata ai francesi».

Era così?

«Sì».

Perché?

«Erano loro a imporre i prezzi delle merci, i contratti, le imposte. Gli ivoriani avevano sempre le mani legate. C’è la Francia dietro al colpo di Stato».

Ci aiuti a capire.

«La Costa d’Avorio è divisa in due, come le anime del Paese: il nord è dei musulmani, il sud è cristiano. Ma quella è anche la parte più ricca di risorse. Dalla Francia c’è stato un lungo lavoro perché i musulmani finissero per odiare il sud».

Ma nella sua adolescenza ivoriana, questa divisione era reale o solo politica?

«Non c’era. Io sono l’esempio evidente».

Cioè?

«Mia padre era cristiano, mia madre musulmana».

E lei?

«Io credo in un dio, non ho voluto scontentare nessuno. Ma le dico di più: i miei compagni di corso erano quasi tutti musulmani e con loro c’era un’amicizia quotidiana».

Sono loro ad entrare in casa sua, quella mattina fatidica.

«Sì, ma devo fare un passo indietro».

Prego.

«È il 7 marzo del 2011. Ho 19 anni. La mattina riceviamo una notizia: mio padre e mio fratello sono stati uccisi, nel Paese sono già esplosi gli scontri. È un momento strano, non sappiamo che fare».

Poi?

«Il pomeriggio un gruppo di ragazzi fa irruzione in casa nostra. In mano hanno le nostre foto, l’ordine è ucciderci e distruggere casa».

Ma alla fine vi salvano. Perché?

«Uno di loro mi guarda, si rivela: “Marc, che ci fai qui?”. Erano tre compagni di università. Spiego che è casa mia e prego che non accada il peggio».

E loro?

«Si mettono in disparte a parlare e per un tempo che sembrava infinito non abbiamo saputo cosa sarebbe successo. Poi tornano da me: “Vi portiamo via in un posto sicuro, non potrete muovervi da lì per un po’”. E ci caricano con una macchina».

La vostra casa, intanto, va in fiamme.

«Perché gli ordini erano quelli e noi, da quel momento, eravamo ufficialmente morti».

Dove andate?

«In un’altra casa, in un posto sconosciuto. Qualche tempo dopo, non saprei dire quanto, ci mandano altrove, di nuovo: cambiamo ancora città. Mia madre decide che saremmo andati tutti da una sua amica».

Suo padre e suo fratello sono morti, la sua casa non esiste più e nemmeno la vita faceva. A cosa pensa?

«Penso che ho 19 anni e mia madre e mia sorella soffrono, devo fare qualcosa. E così mi decido: seguo un amico in Burkina Faso e mi trovo un lavoro».

Detto, fatto?

«Sì. Lavoravo alla stazione, aspettavo l’arrivo dei treni per aiutare i viaggiatori a sistemare o riprendere i bagagli. Tornavo a casa con qualche moneta che però significava poter mangiare e bere, erano soldi. Ho fatto questa vita per tre anni, fino al 2014».

Cosa succede quell’anno?

«Quando sei in questi posti passi il tuo tempo a sentire voci di persone che ti dicono che in Libia si guadagna di più e si vive meglio. Poi un giorno ti trovi uno che viene e ti fa un’offerta, mi è successo così. L’uomo per cui lavoravo alla stazione mi ha detto: “Mio fratello ha un’azienda in Libia, vai con lui. Devi solo dirmi di sì, ti pago tutto io e lavori”».

E lei?

«Per me era come aver visto Gesù, mi stava salvando la vita».

Sua madre?

«La chiamo al telefono, lei smorza subito: “Tu non sai cosa succede in Libia. È peggio della Costa d’Avorio”. Io taglio netto: “È lavoro, mi fido della persona che me l’ha offerto. Dammi la tua benedizione”. Morale: abbiamo litigato per tre giorni, poi mi ha detto sì».

La prima immagine della Libia?

«Zawyia, una bella città sulla costa. Lì è arrivato un uomo molto cordiale che aveva il compito di portarmi a Tripoli, a 50 chilometri».

Un posto infernale?

«I primi due giorni mi sono sentito un re».

Ma come?!

«Giuro! Mangiavo bene, finalmente dormivo in un letto comodo, in una stanza con la tv. Poi arriva la doccia fredda. Era mattina».

Che accade?

«L’uomo per cui devo lavorare, l’uomo con cui sono stato fino a quel momento, non mi rivolge la parola. Io mi preoccupo. Poi dice: “Non sei un principe, qui vieni per lavorare. Lavori per me, lo capisci? Bene, allora chiama i tuoi genitori e digli che devono ridarmi i soldi che ho speso finora per te. Tutti”».

Si è impaurito?

«Ero arrabbiato. Sbotto: “Tu sei un ladro!”. Discutiamo, quella discussione mi costa: la mattina dopo mi sveglio con il rumore di una macchina. Erano appena arrivati a prendermi: “Vieni a lavorare”, ti dicono. Ma non stavo andando a lavorare».

L’avevano sequestrata.

«Mi avevano venduto come una sigaretta e portato via senza dirmi nulla».

Il primo ricordo, dopo essere stato prelevato?

«Finisco in una stanza buia, minuscola, cinquanta persone soffocate in meno di trenta metri quadri che ogni notte provano a chiudere occhio per qualche minuto, in piedi. La mattina è pure peggio».

Perché?

«Si viene trascinarti fuori per lavorare come muratori, ma alcuni di noi venivano mandati a vendere hashish. La mia vita è stata questo per due anni, fino al 2017».

Le persone aumentavano, nel frattempo?

«Ne arrivavano di nuovi ma ne morivano molti. Certe mattine capitava di veder entrare qualche viso nuovo, molte altre volte ti buttavano davanti un cadavere e ti dicevano: “Questo qui è morto, gettatelo via”. Tu dovevi farlo e basta».

Ma un ragazzo di buona famiglia, che fino a pochi mesi prima era uno spensierato studente di economia, dove trova la forza?

«Da quando mio padre e mio fratello sono morti ho pensato: “Sono l’unico uomo in casa, devo andare avanti. Prima o poi succederà qualcosa di buono per me, per mia sorella, per mia madre!”».

Sua madre di questa storia non sapeva nulla.

«E non doveva saperlo!».

Ma come ha fatto a nasconderglielo?

«Quello è stato il momento peggiore, ma anche qui: un passo indietro».

Prego.

«Ogni mattina arrivavano i carcerieri con una piccola lista: ti dicono di chiamare al tuo paese. Vogliono qualcuno che paghi il riscatto, loro incassano e il giorno dopo, all’alba, ti chiamano per dirti che sei libero».

Se ti rifiuti di chiamare?

«Una brutta storia, ho ancora i segni sulla schiena. Quando toccava a me, quando bisognava fare quella telefonata, sapevo cosa sarebbe successo: ti picchiavano per ore».

Bene, così sua madre non l’ha saputo. Ma in qualche modo, da lì, si è salvato.

«Era successo che i genitori di un ragazzo avevano pagato il riscatto, ma il ragazzo era morto. Le guardie facevano il suo nome ogni mattina e non rispondeva nessuno, poi un giorno ho fatto un gesto folle».

Cioè?

«Ho alzato la mano, mi sono fatto avanti e ho risposto presente. Potevo morire, se scoperto. Ma mia madre era lontana e non sapeva nulla e quella vita era diventata impossibile, non avevo nulla da perdere».

Loro?

«Mi squadrano: “Ti stiamo chiamando da un mese, forza esci”».

Non l’hanno mai scoperta?

«In realtà sì, ma ormai era tardi e chi mi ha scoperto non ha parlato. È stato incredibile».

L’uomo che la scopre è lo stesso che le permette l’ultimo viaggio di questa storia: quello in mare.

«Sì. Appena uscito conosco un altro ivoriano a cui mi presento con il nome del ragazzo per il quale mi spaccio. Andiamo a casa sua, mi guarda: “Chi sei veramente?”. Ero terrorizzato: se mi scopriva, mi riportava indietro».

E allora?

«Gli chiedo: “Se ti dico la verità, mi prometti che non accade nulla?”. E ho vuotato il sacco. Sono stato con lui per due settimane, in cui mi ha parlato del viaggio per arrivare dall’altra parte, qui».

Un nuovo problema di soldi.

«Ovviamente sì, non li avevo né potevo chiederli. Ero punto e a capo. Gli ho promesso dei soldi dal primo lavoro che avrei trovato in Italia, l’ho pregato perché lui diceva che erano promesse già sentite. Gli ho detto: “Se non te li mando, ci penserà la vita a punirmi ancora”. Si prese dei giorni per pensarci».

Poi?

«Una notte mi sveglia, le quattro del mattino: “Alzati, parti”. E partiamo, da Sabrata».

Quando sale sul gommone, siete duecento persone di tutte le età.

«Ma potrebbero starcene appena 80 e così nessuno riesce a muovere un muscolo. Io stesso ho fatto il viaggio con una gamba sempre in acqua, terribile».

Per quanti giorni viaggiate?

«Tre. Poi il gommone resta senza benzina e si crea il panico».

Il momento più difficile?

«Vediamo una nave libica e alcuni iniziano a gridare, temono che ci riporteranno tutti indietro. Quella per noi sarebbe la fine e così alcuni si gettano in mare, disperati. Il gommone non si ferma per nessuno, comunque. Li abbiamo lasciati lì, sono annegati».

È difficile perfino da immaginare, un viaggio di tre giorni con 200 persone in uno spazio così piccolo. In mare. Di notte, al freddo. Come ha fatto a resistere?

«Tutti intorno a me sono impazziti, scoppiavano continuamente liti anche per cose ridicole. E quando finalmente una nave è venuta a salvarci, quando sono scesi i soccorsi per farci scendere dal gommone e tirarci su, l’isteria è stata talmente alta che molta gente è morta. Bambini, anziani, la maggior parte di noi non ce l’ha fatta».

Con estreme difficoltà arrivate in Sicilia.

«Un uomo gentile mi ha accolto a braccia aperte, come tutti del resto. Io ho balbettato un timido “Merci”. Mi sentivo un principe, sentivo di avere tutto. Ero esausto, volevo dormire».

Da lì a Pescara. Poi a Vasto.

«Ho girato un po’ l’Abruzzo. Qui è nata la mia nuova vita: ho una figlia, una compagna, un lavoro».

E parla un italiano perfetto.

«La lingua è il fatto di integrazione principale, mi sono impegnato da subito».

A proposito di integrazione, oggi lavora con lo sportello migranti della Filcams Cgil a Chieti.

«Sì, sono stato indirizzato da alcune persone che conosco. Ci sono tante iniziative, sono una sorta di portavoce e cerco di fare qualcosa di buono per ispirare altri ragazzi come me».

Che cosa dice a quei ragazzi?

«Spesso quello che manca è la fiducia, la mia storia può essere d’aiuto. Ci metto la faccia, però c’è anche un altro concetto».

Quale?

«Bisogna darsi da fare: studiare la lingua, cercare un lavoro, dire no a chi vuole imbrogliarti. Con la volontà le cose arrivano».

Torniamo all’inizio. Lavora in Abruzzo ma con quei soldi sta ricostruendo casa. La Costa d’Avorio che spazio ha nel suo cuore?

«È il mio Paese, vorrei morire lì. Mia madre è ancora da qualche parte, io soltanto so dove».

Non le manca?

«Mi rimane difficile parlare di lei perché, senza papà, è stata tutto: una madre ma anche un padre, una sorella, il primo amore».

Le piacerebbe farle vedere l’Abruzzo?

«Sto cercando di convincere mia sorella a venire, ma anche lei dovrà darsi da fare».

Allora chiudiamo così: un’immagine dell’Abruzzo.

«Il primo inverno che ho passato qui. Sono uscito di corsa per giocare con la neve, che non avevo mai visto. Non avevo idea di quanto potessi stare male dopo: tremavo dalla testa ai piedi, non capivo cosa mi stesse succedendo, ero un ghiacciolo e mi sono gettato sotto l’acqua bollente. Mi sono promesso: “Non lo farò mai più” (ride, ndr)