La tragedia nei cieli 50 anni fa Di Cicco precipitò con l’elicottero

Il giovane di Chieti Scalo morì con 8 colleghi mentre raggiungeva la piattaforma al largo delle Tremiti Il racconto della vedova: «Da allora il mio cuore è spezzato, ci eravamo sposati da appena 4 mesi»
CHIETI. Cinquant’anni dopo, quando parla del suo “Berto”, la voce si spezza. Ma è lucido il ricordo di quella tragedia che le ha sconvolto la vita per sempre. Lucia Desiderio è la vedova di Umberto Di Cicco, il giovane di Chieti Scalo che morì – a 27 anni – precipitando in mare con un elicottero dell’Agip Mineraria, all’altezza di Civitanova Marche. La mattina del 14 dicembre del 1970, insieme ad altri otto colleghi, “Berto”, dipendente della Saipem, stava raggiungendo la piattaforma petrolifera Scarabeo II, al largo delle Isole Tremiti, dove lavorava come tecnico. Ma, alle 11.55 di quel maledetto mercoledì, il monomotore Agusta Bell 204 B perse i contatti con l’aeroporto di Falconara e si inabissò nell’Adriatico. Dopo 16 ore di ricerche, il mare restituì la salma di Di Cicco e quelle del pilota Giuseppe Caputi, del motorista Italo Panaro e dei tecnici Roberto Vignoli, Riccardo Bertoli, Vincenzo Mastrantuoni, Antonio Giugliese, Joseph Vasaryk e Hubert Van Dick.
A distanza di mezzo secolo, nella sua casa di via Casalbordino, Lucia riprende in mano i vecchi ritagli di giornale. E affida il ricordo alla nipote, perché il dolore è ancora lacerante. «Quel giorno», dice Maria Claudia Vagnoni, «mio zio non doveva essere su quel volo. Sarebbe dovuto tornare a lavoro lunedì mattina, due giorni prima. Ma ritardò la partenza perché morì la nonna, alla quale era molto legato, e decise di partecipare ai funerali. Per lui, in ogni caso, sarebbero stati gli ultimi giorni sulla piattaforma. Quattro mesi prima, a settembre, si era sposato e aveva chiesto di poter lavorare a terra. Fatto sta che, quella mattina, prese il treno per Ancona».
Le cronache dell’epoca ripercorrono il dramma: «Al momento del decollo era stato segnalato al pilota che le condizioni meteorologiche erano buone, ma dopo alcuni minuti di volo il comandante si è imbattuto in un banco fittissimo di nebbia. Alle 11.40 il pilota avrebbe anche comunicato che a bordo si era verificata un’avaria e quindi avrebbe manifestato l’intenzione di puntare indietro. È certo, comunque, che alle 11.55 all’aeroporto di Falconara è stata captata una difficoltosa comunicazione che parlava di “Ancona... rotta... mare”. Poi il silenzio e i primi timori del dramma che si stava consumando nell’Adriatico, la più grave sciagura italiana nella storia degli elicotteri, una delle più gravi d’Europa per il numero di persone che vi hanno trovato la morte».
Ma sulle cause della tragedia, come raccontano i familiari, non si sono mai avute certezze. Sono sempre i giornali di quei giorni a raccontare: «Fra le ipotesi avanzate c’è anche quella di un’esplosione in volo che avrebbe catapultato i passeggeri nel vuoto. Infatti i giubbotti salvagente recuperati insieme alle salme sono tutti sgonfi. Evidentemente, quindi, le nove persone a bordo dell’Agusta Bell non hanno avuto il tempo materiale per prepararsi ad un ammaraggio di fortuna. Vi è, infine, un particolare fornito dal ritrovamento del seggiolino del pilota, sul quale il comandante Caputi era ancora legato. Il seggiolino, infatti, è troncato di netto all’altezza della spalliera dove i tubi risultano recisi. Tutto, dunque, lascia supporre che la tragedia sia stata improvvisa».
Lucia aveva appena 23 anni quando perse marito. Ma non si è più risposata. «Da quella mattina», dice con un filo di voce, cinquant’anni dopo, «il mio cuore è spezzato».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

