Le donne della Resistenza: ecco le eroine lancianesi che lottarono per la libertà

2 Novembre 2021

Nel libro di Maria Saveria Borrelli il racconto della ribellione femminile «Da chi nascondeva le bombe a chi deviava le telefonate dei tedeschi»

LANCIANO. C’è Salvina che nascondeva le bombe a mano nel cestino, sotto le mele. Ci sono Flora, Clorinda e le altre telefoniste che deviarono le comunicazioni dirette alle truppe tedesche. E Gemma che ripulì i volti dei partigiani trucidati affinché le madri potessero riconoscerli. Sono le donne della Resistenza lancianese, storie a volte poco conosciute o andate perdute nei meandri della memoria. Donne i cui gesti compongono il complesso quadro della rivolta lancianese del 5 e 6 ottobre 1943. Una Resistenza per lo più «taciuta», come la definisce Maria Saveria Borrelli nel suo libro (edito da Carabba) presentato nei giorni scorsi in città e che riscopre e ripercorre le vite e le storie di queste donne.
RUOLO ATTIVO DELLE DONNENon ci furono solo gli Eroi ottobrini, i partigiani che pagarono con la vita la ribellione all’occupazione nazifascista della città. C’è un esercito di eroine, spesso nell’ombra, le cui storie riemergono dopo 78 anni da testimonianze e documenti d’archivio. «La Resistenza fu un fenomeno complesso», dice Borrelli, presidente dell'Anpi Lanciano, «era arrivata fino a noi l’idea di un’azione corale con il coinvolgimento di uomini e donne, ma non avevamo mai avuto notizia del coinvolgimento attivo delle donne nell’azione armata».
SALVINAUn episodio quasi sconosciuto è quello di Serafini Diotisalvi, affettuosamente chiamata Salvina. «In un’intervista allo storico Orecchioni», spiega Borrelli, «viene citata per la prima volta la presenza di una lancianese che partecipa alla lotta. Il mio interesse è cominciato da qui, dalla curiosità di scoprire chi era questa donna di cui nessuno aveva mai parlato e di darle un nome». Salvina, 33 anni, operaia all’Azienda tabacchi, combatteva alla stazione, al fianco del marito Rocco Stella. Nascondeva le bombe a mano nel cestino, sotto le mele, e nello scontro a fuoco le passava al marito.
LE TELEFONISTE Le uniche a potersi fregiare del titolo di partigiane combattenti sono le 5 telefoniste della Timo, l’agenzia della Società telefoni Italia medio orientale che si trovava sul Corso (l’attuale palazzo “Il diamante”). La storia di Wanda Marciani, Concetta Carosella, Teresa De Ritiis, Flora De Vincentiis e Clorinda Troilo, è raccontata da Borrelli tramite le testimonianze dirette e dei familiari delle ultime due. Flora e Clorinda avevano 19 anni. Controllate a vista da un tedesco che non le lasciava mai, riuscirono a ritardare le comunicazioni per le truppe tedesche e a deviarle a una centrale operativa nel centro storico, per informare i partigiani di mosse e dislocazioni dei nazisti. «Se smascherate sarebbero state fucilate», nota Filippo Marfisi, figlio di Clorinda.
GEMMA E LE ALTRE«Gemma Di Castelnuovo incarna la Resistenza della disobbedienza», spiega Borrelli, «poiché contravvenne all’ordine dei tedeschi di non toccare i corpi e curò i resti straziati dei partigiani. C’è Giuseppina Feliziani, il cui nome compare tra i patrioti, che faceva la spia nel villino Rossi e passava ai partigiani carte e documenti. E poi un’altra donna, di cui non ci è pervenuto il nome. Si travestì da frate insieme a un partigiano e portò agli alleati, che stavano nel Sangro, documenti, cartine e altre notizie trafugate dalla Feliziani».
LA RESISTENZA UMANITARIAE ci sono donne che si sono ritrovate da sole a portare avanti la famiglia, ad affrontare sfollamenti e gli ultimi duri anni della guerra. «Penso a Nicoletta Sciascio, moglie di Trentino La Barba (attaccato a un albero e trucidato dai tedeschi, ndc)», dice l’autrice, «e alle figlie Rosanna di 7 anni e Maria Stella di 6 mesi. Nessuno potrà mai descrivere l’angoscia, il dolore, il disagio, la solitudine di queste tre donne condannate a vivere sole dal 6 ottobre 1943. Il domani libero è arrivato a noi attraverso il loro sacrificio: l’assenza. Fino al 1946 le donne hanno retto le sorti della città, perché gli uomini non c’erano. È la Resistenza umanitaria della guerra».
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