«Liberarsi dalla schiavitù ora è possibile»

11 Novembre 2018

Parla Luca Fortunato: con la Capanna di Betlemme aiutiamo le donne, ma hanno paura degli sfruttatori

CHIETI. «Liberarsi dalla schiavitù della prostituzione è possibile». Il messaggio arriva da Luca Fortunato, il responsabile della Capanna di Betlemme di Chieti, la casa di accoglienza aperta dal 2014 nel cuore del quartiere Civitella. La struttura è gestita dalla Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da don Oreste Benzi. Qui è stato attivato anche un centro d’ascolto per le donne costrette a prostituirsi, che trovano poi rifugio in una delle case protette gestite dall’associazione in tutta Italia. Non solo: ogni venerdì sera – tra Francavilla, Pescara, Montesilvano e Silvi Marina – sono impegnate le unità di strada del servizio antitratta, «istituito per combattere questa moderna forma di schiavitù». I volontari dell’associazione incontrano le donne costrette a vendersi per proporre loro, una volta instaurato un rapporto di fiducia, una via d’uscita, ovvero l’accoglienza in una struttura comunitaria. Nel programma di recupero e protezione viene garantita l’assistenza legale, psicologica e sanitaria, l’aiuto nel disbrigo di pratiche burocratiche, l’apprendimento della lingua italiana, corsi di formazione professionale, l’avvio all’autonomia lavorativa. È attivo anche un numero verde nazionale: 800.290.290.
«In trent’anni», spiega Fortunato, «sono state liberate oltre 7mila ragazze in tutta Italia ed è forte la collaborazione con le forze dell’ordine. Il punto di partenza è che nessuna donna nasce prostituta». Ed è questo il messaggio che è stato scritto sullo striscione che, qualche settimana fa, ha aperto una fiaccolata organizzata a Pescara per sensibilizzare i cittadini sul tema. Ma quali sono i numeri della piega della prostituzione nel tratto di costa compreso tra Francavilla e Silvi, ovvero quello seguito dalle unità di strada della Capanna di Betlemme teatina? «Ogni mese abbiamo contatti con circa 150 donne: sono molto giovani, alcune hanno appena 16 anni. I clienti chiedono alle ragazze quanto costano, invece noi chiediamo loro quanto soffrono. Molte donne sono spaventate e, in strada, hanno paura anche solo a parlarci delle loro storie perché sono controllate a vista da chi le sfrutta». Il mese scorso, ad esempio, i volontari hanno incontrato una ragazza nigeriana di 18 anni, appena espulsa della Germania: «Ci ha raccontato di dormire in stazione. Non sapeva ancora bene quante migliaia di euro deve pagare al racket. Avremmo voluta portarla con noi. Ma ci ha detto che aveva paura». (g.let.)