San Giovanni Teatino

Lite per una cassa bluetooth, poi le coltellate in strada: diciottenne subito a giudizio

3 Luglio 2026

Lo studente ha reagito a uno schiaffo e a un calcio sferrando tre fendenti. La confessione davanti alla polizia, l’arma ritrovata in mezzo alla vegetazione

SAN GIOVANNI TEATINO. La procura impacchetta le prove sul tentato omicidio del diciannovenne accoltellato a Sambuceto dopo una lite per una cassa bluetooth sparita, le classifica come «evidenti» e ottiene il giudizio immediato. Che vuol dire, con il placet del giudice per le indagini preliminari Maurizio Sacco, processo in tempi rapidi per Alberto Di Lodovico, studente appena maggiorenne, accusato di tentato omicidio nell’inchiesta coordinata dal pubblico ministero Marika Ponziani e condotta dalla polizia di Stato (volante e squadra mobile). La prima udienza, davanti al tribunale di Chieti, è già fissata al prossimo 29 settembre. L’imputato, difeso dall’avvocato Vincenzo Brunetti, ha quindici giorni di tempo per chiedere riti alternativi, a partire dall’abbreviato, che – in caso di condanna – prevede lo sconto di un terzo della pena. La vittima, A.G., assistita dall’avvocato Massimo Biscardi, potrà costituirsi parte civile per avere il risarcimento dei danni.

Sono quasi le quattro del pomeriggio dello scorso 14 aprile quando gli agenti intervengono a Sambuceto, in via Quasimodo, per un accoltellamento. Trovano un diciannovenne in condizioni critiche, che perde parecchio sangue dal fianco sinistro. I poliziotti caricano il giovane sull’auto di servizio e lo accompagnano fino all’altezza dell’hotel Dragonara, dove il ferito viene raggiunto da un’ambulanza e trasportato in codice rosso all’ospedale Santissima Annunziata. Dopo un po’, arriva al 112 la telefonata della mamma di ragazzino: «Poco fa», è il senso della segnalazione, «ho saputo da mio figlio che un ragazzo di nome Alberto Di Lodovico ha accoltellato un altro giovane in via Mascagni». La polizia si precipita sul posto e trova Di Lodovico. L’accoltellatore ammette di aver ferito il conoscente e mostra il luogo dove ha gettato l’arma, ovvero in mezzo alla vegetazione presente dietro la recinzione di uno stabile.

Decisiva è la testimonianza di tre minorenni che hanno assistito al fatto. Raccontano che, verso le tre del pomeriggio, si erano ritrovati insieme a Di Lodovico e ad A.G. per discutere della sparizione e del probabile furto – avvenuto la sera prima – di una cassa bluetooth presente nella macchina di quest’ultimo. La situazione – sempre in base alle testimonianze – è degenerata quando A.G. ha accusato Di Lodovico di essere un ladro e lo ha colpito con uno schiaffo al volto e un calcio all’addome. A quel punto il diciottenne ha reagito afferrandolo per il collo e ferendolo con tre fendenti, di cui due al fianco sinistro e uno dietro la schiena, all’altezza della spalla. L’accoltellatore si è allontanato in motorino, prima di consegnarsi alla polizia.

Anche il fratello dell’indagato conferma la dinamica dei fatti. Più nello specifico, riferisce agli agenti di aver ricevuto, intorno alle 15.30, la telefonata del fratello che, in forte agitazione, gli aveva raccontato che era successo «un guaio». Fin qui, la ricostruzione dell’accoltellamento e delle fasi immediatamente successivi. Secondo il pubblico ministero, quella che ha visto protagonista Di Lodovico è stata un’azione idonea a uccidere. L’imputato – sostiene ancora l’accusa – non è riuscito a causare la morte del diciannovenne «per cause indipendenti dalla propria volontà», vale a dire «la pronta reazione di A.G., che chiedeva immediatamente soccorso». La vittima, operata d’urgenza, ha riportato ferite che i medici hanno giudicato guaribili in 40 giorni. 

©RIPRODUZIONE RISERVATA