Lite tra medici per la lettera censurata

17 Giugno 2018

Chirurgo insulta il primario via mail ma sbaglia indirizzo e invia la nota proprio al capo: scoppia un contenzioso al Tar

CHIETI. Un medico della Cardiochirurgia scrive una mail di servizio a un collega ma inserisce anche un insulto al primario del reparto e, per sbaglio, invia tutto proprio al suo capo. «È partita per errore, mi scusi per l’aggettivo, mi rammarico», così si scusa il chirurgo. Ma parte proprio da questo sbaglio una lite tra dottori che finisce davanti al Tar: uno contro gli altri, si ritrovano tre medici e la Asl di Chieti per un contenzioso che ruota intorno a una lettera censurata.
«BEGHE CONDOMINIALI». Una lettera in cui il primario Gabriele Di Giammarco è costretto a parlare di invidie tra medici «molto simili a beghe condominiali», difficili da comprendere «in un contesto di professionisti che hanno in maggioranza superato i 40 anni». E il contenzioso, dopo la sentenza del Tar che obbliga la Asl a togliere gli omissis dalla lettera incriminata e a pagare anche mille euro di spese di legali, è destinato ad arrivare addirittura al Consiglio di Stato.
SPUNTA L'EX PRIMARIO. La sentenza del Tar si riferisce alla Cardiochirurgia teatina, uno dei centri d’eccellenza della sanità abruzzese, diretto da Di Giammarco. Ma a sollevare il caso davanti ai giudici amministrativi è l’ex primario, Antonio Calafiore, ormai da 15 anni non più alla guida del reparto. Perché è proprio Calafiore a fare ricorso? Dopo la mail inviata per errore al primario il 13 aprile 2017, il medico Michele Di Mauro si dimette. A questo punto, il direttore generale Asl Pasquale Flacco chiede di sapere qual è il motivo all’origine delle dimissioni e Di Giammarco risponde con una «comunicazione riservata personale» del 30 maggio 2017: nella lettera, finita agli atti del procedimento davanti al Tar, il primario ricostruisce la «fortuita scoperta», parla di un rapporto di «falsa cortesia e di vera ipocrisia» e racconta di «storici e notori» rapporti di collaborazione scientifica tra il chirurgo dimissionario e l’ex primario. «Non è difficile ipotizzare», aggiunge la lettera nella parte non censurata, «che ci sia una relazione tra queste premesse e le vicende che, smascherate del tutto fortuitamente, hanno scoperto l'inganno con esito delle dimissioni».
VERSIONE CENSURATA. Quando il medico dimissionario, viene a sapere dell’esistenza di questa lettera, presenta una richiesta di accesso agli atti ma gli viene consegnata la nota con parti oscurate da blocchi neri, parti che, sostiene la Asl, «non attengono alla posizione del medico ma riguardano valutazioni riferite a fatti storicamente antecedenti la sua assunzione». Dopo Di Mauro, anche Calafiore «prende visione» della lettera censurata e, «ritenendo evidente che le parti oscurate riguardassero contenuti denigratori nei confronti della propria attività professionale», si affida agli avvocati Paolo Colasante e Ivan Randazzo e fa ricorso per ottenere il documento in versione originale. La Asl si costituisce con l’avvocato Luca Pelliccia e sono obbligati a costituirsi anche Di Mauro, difeso da Francesco Crescente, e Di Giammarco, assistito da Leo Brocchi. Secondo la Asl e secondo il primario, il ricorso di Calafiore sarebbe, oltre che inammissibile per omesse notifiche, infondato nel merito: gli omissis sarebbero stati usati solo per «tutelare la libertà e la segretezza della corrispondenza inviolabile».
LA SENTENZA. Ma così non è per il Tar: «Il contenuto della missiva non può ritenersi corrispondenza privata», dice la sentenza, e l’ex primario avrebbe «un interesse diretto» a sapere cosa c’è scritto nelle parti censurate. Non è affatto detto che ci sia scritto qualcosa di lesivo, ma per i giudici, Calafiore ha il diritto di sapere e, anche se è in pensione dal 2003, «non può negarsi il diritto a prendere visione della documentazione richiesta ai fini di tutelare il ruolo svolto all’interno dell’Asl e la propria immagine professionale». Asl e Di Giammarco si preparano a fare appello al Consiglio di Stato: non servirà a tenere riservata la lettera visto che la sentenza di primo grado ordina di consegnarne una copia integrale a Calafiore, ma potrebbe dettare una questione di principio per le comunicazioni interne degli enti pubblici.
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