Madre e figlia: «È tanto complicato farci fare l’analisi?»

25 Aprile 2020

LANCIANO. «Mettetevi una mano sulla coscienza e fateci uscire da questo cerchio di dolore in cui siamo strette. È tanto difficile fare due tamponi ad entrambe e averli assieme e nei tempi giusti?» È...

LANCIANO. «Mettetevi una mano sulla coscienza e fateci uscire da questo cerchio di dolore in cui siamo strette. È tanto difficile fare due tamponi ad entrambe e averli assieme e nei tempi giusti?» È la domanda-appello che fa Luisa, la moglie di Maurizio Salerno, 54enne lancianese morto per Covid-19 all’ospedale di Teramo il 10 aprile scorso. Un appello per sé e per la figlia Martina, che sta usando la forza dei 18 anni per aggrapparsi alla vita e per testimoniare quello è accaduto al papà. «Scrivo per denunciare l’inefficienza di questo sistema e per rendere giustizia al mio papà, morto di coronavirus venerdì santo nella Terapia intensiva di Teramo a soli 54 anni, probabilmente per inettitudine, negligenza di chi l’ha abbandonato otto giorni a casa lasciando che la malattia degenerasse fino all’insufficienza respiratoria», ha scritto la ragazza sul gruppo Facebook, «noi denunceremo». Un racconto di dolore, rabbia e speranza scritto col cuore. «Siamo strette in un cerchio di dolore», dice Luisa, «per la perdita di mio marito, per non averlo potuto salutare nell’ultimo viaggio. Un dolore senza fine a cui aggiungiamo l’angoscia di vivere da 50 giorni chiuse in casa, perché mancano i tamponi di riuscita e i risultati di quelli a cui, con fatica, siamo state già sottoposte». Madre e figlia sono in casa dal 12 marzo, «da quando papà ha avuto i primi sintomi», dice Martina, «febbre e tosse. Dolori che il medico di famiglia ha curato con un antibiotico, senza una visita. Pensando al Covid-19 poi abbiamo chiesto il tampone, ma non glielo hanno fatto subito perché non aveva avuto contatti con gente del nord Italia». Mentre Maurizio lottava a Chieti e a Teramo, Martina e Luisa finiscono la quarantena. «Saremmo potute uscire senza controlli», dice la ragazza, «invece abbiamo cercato di fare il tampone per tutelarci e proteggere chi ci sta intorno. Ci siamo riuscite, a fatica, il 4 aprile».
Dopo una settimana arriva il responso del test di Martina, di quello di Luisa invece, fatto lo stesso giorno, con la stessa priorità, non c’è traccia. Il 17 aprile rifanno il tampone: quello di Martina non c’è, a Luisa invece arriva un responso positivo; ma ieri la Asl le ha precisato che era il risultato del test del 4 aprile, arrivato 19 giorni dopo. «Bisogna avere due tamponi negativi di fila per uscire, vogliamo rivedere la luce anche noi». (t.d.r.)
©RIPRODUZIONE RISERVATA.