San Giovanni Teatino

«Martina morta per il guardrail assente»: due dirigenti pubblici finiscono sotto accusa

3 Ottobre 2026

Hanno ruoli di responsabilità al Comune di San Giovanni Teatino e al Consorzio industriale

SAN GIOVANNI TEATINO. Se quel canalone profondo quattro metri e mezzo fosse stato protetto da un guardrail, Martina Vichayte si sarebbe potuta salvare. Per questo due dirigenti pubblici – ovvero Assunta Maria Di Tullio, responsabile del Settore tecnico manutentivo del Comune di San Giovanni Teatino, e Lorella Franciotti, commissario straordinario del Consorzio per lo sviluppo industriale di Chieti-Pescara – rischiano di finire sotto processo. L’accusa: omicidio stradale per non aver montato le opportune barriere in via Aterno, all’altezza del civico 36, il punto dove si è consumata la tragedia in cui, nella notte di San Valentino del 2025, ha perso la vita la giovane di 26 anni, receptionist negli hotel e una laurea in Scienze del turismo. I due enti, in base alle contestazioni, sono infatti «coinvolti nella proprietà e nella gestione» del tratto di strada in cui è avvenuto l’incidente e dell’adiacente canale irriguo.

Martina era nata a Kiev: da piccola si era trasferita a Chieti con la mamma Karolina e viveva nel quartiere Levante. La ragazza è morta mentre tornava a casa dopo la serata trascorsa con gli amici nella discoteca Amnesia di Pescara: è finita nel fossato con la sua Fiat 500. Lì è stata ritrovata quasi due giorni dopo, nell’auto ribaltata e con la cappotta immersa nell’acqua. Le indagini dei poliziotti della squadra mobile di Chieti hanno consentito di ricostruire le ultime ore di vita della giovane. Venerdì 14 febbraio, prima delle dieci, Martina esce dalla sua abitazione di via Verdi per raggiungere il locale di via dei Peligni, a Pescara, zona Porta Nuova. La serata trascorre senza problemi in compagnia degli amici. Alle 4.30 la giovane saluta tutti, sale sulla sua auto di colore grigio e si avvia verso casa. Poi, il buio.

Quando la madre e il compagno Davide Recchia (al quale la ventiseienne era legatissima, tant’è che lo chiamava «papà») si svegliano e non trovano a casa Martina, vanno nel panico. Anche perché la ragazza non risponde al telefono. A quel punto la mamma e il convivente provano a contattare gli amici, che però non la vedono da quando lei ha lasciato la discoteca; anche i tentativi di informarsi nel locale non portano risultati. Così, dopo quasi una giornata senza notizie, parte prima la chiamata al 112 e, subito dopo, viene formalizzata la denuncia in questura. Le ricerche scattano immediatamente e si concentrano nella zona di San Giovanni Teatino, dove il cellulare ha agganciato l’ultima cella prima di spegnersi. Contestualmente, i poliziotti raccolgono le testimonianze e ricostruiscono gli ultimi contatti avuti dalla giovane.

La sua sparizione si trasforma in un vero e proprio giallo e la preoccupazione cresce con il passare delle ore, perché non sembra esserci alcuna ragione per la quale Martina possa essersi allontanata volontariamente. Arriviamo così alle 9.05 di domenica 16 febbraio. Una donna che sta facendo jogging nota un’auto capovolta nel canalone e lancia l’allarme. La targa è quella dell’auto di Martina. La Fiat 500 è immersa in acqua e fango, in corrispondenza di una piccola cascata. La giovane, ormai senza vita, è ancora seduta sul lato guidatore, con le cinture allacciate. Dalle indagini emerge che si è trattato di «un sinistro stradale autonomo». In altre parole: la ventiseienne ha fatto tutto da sola. Ma l’inchiesta fin da subito si concentra sul guardrail mancante. In un primo momento, il pubblico ministero Lucia Anna Campo chiede l’archiviazione perché il suo consulente arriva alla conclusione che l’origine della tragedia «deve ricercarsi in modo preponderante, se non esclusivo, nella condotta assunta dalla vittima», che – in base sempre alla relazione dell’esperto – procedeva con una velocità intorno agli ottanta all’ora, vale a dire il doppio del consentito in quel tratto.

Mentre le indagate aderiscono a questa tesi, il consulente della famiglia della vittima sostiene che la presenza del guardrail, così come imposto dalla legge, avrebbe trattenuto il veicolo nella carreggiata, evitando al contempo la morte che è stata causata dalle lesioni dovute alla caduta dell’automobile nel profondo fossato adiacente. A ordinare l’imputazione a carico delle due dirigenti è il giudice Enrico Colagreco. Secondo il magistrato, infatti, hanno violato l’articolo 14 del codice della strada e l’articolo 2 del decreto ministeriale 223 del 1992, che impongono agli enti proprietari e ai gestori delle strade l’obbligo di provvedere alla manutenzione «al fine di garantire la sicurezza della circolazione», anche con «l’obbligo» di installare barriere di protezione «in prossimità di tratti stradali pericolosi, come – nel caso in esame – un canale di raccolta acque profondo ben 4,5 metri e adiacente alla sede viaria». Il giudice, dunque, ritiene che, nel momento in cui le indagate non hanno rispettato la norma, «potevano e dovevano rappresentarsi come possibile conseguenza della propria condotta negligente il verificarsi di un incidente stradale con conseguenze tragiche».

Il magistrato sostiene che «la presenza del guardrail avrebbe sicuramente evitato la fuoriuscita del mezzo dalla carreggiata e la sua precipitazione nel fossato». Di conseguenza, «all’installazione della protezione sarebbe logicamente conseguita una minore intensità lesiva» dell’incidente. Le indagate, difese dagli avvocati Augusto La Morgia, Ernesto Torino Rodriguez e Maura Morretti, avranno l’opportunità di respingere le accuse nel corso dell’udienza preliminare. La famiglia, assistita dall’avvocato Enzo Di Lodovico, potrà invece costituirsi parte civile. Sarà il giudice Maurizio Sacco a decidere se dovrà esserci un processo per accertare se un semplice guardrail avrebbe potuto salvare Martina.

©RIPRODUZIONE RISERVATA