Mattucci, accuse anche dalla Cassazione

10 Febbraio 2019

Nel decreto di sequestro il tribunale richiama una sentenza dei giudici romani: «Così l’imprenditore svuotava le società»

CHIETI. Anche la Cassazione accusa l’imprenditore Mauro Mattucci. È quanto emerge all’indomani del sequestro di prevenzione ottenuto dalla procura per un totale di 16 milioni di euro di beni riconducibili al costruttore di Montesilvano. È il tribunale di Chieti, nel decreto con cui ordina i sigilli, a citare una recente sentenza della Suprema Corte che analizza anche le operazioni di Mattucci, 63 anni, capace di creare un impero da zero. Ma, secondo gli inquirenti, quel tesoro fatto di ville lussuose, uffici, società e conti correnti è stato «accumulato grazie a 10 anni di condotte illecite». Mattucci, infatti, nel 2015 era stato arrestato due volte dalla guardia di finanza per una presunta truffa ai danni dello Stato da oltre 100 milioni di euro. Nel provvedimento richiamato dai giudici teatini, la Cassazione respinge un ricorso presentato da Franco Sagretti, imprenditore marchigiano in affari con Mattucci, per chiedere l’annullamento dei sequestri scattati proprio nell’ambito dell’inchiesta del 2015. Ma, nella sentenza, sono numerosi i riferimenti al costruttore di Montesilvano. «Al vertice dell’associazione a delinquere», scrivono i giudici romani, «vi era Mauro Mattucci che operava, anche con metodi violenti e minacciosi, attraverso una miriade di società, la cui rappresentanza legale era affidata a meri prestanome. Nel corso delle indagini veniva inoltre riscontrato un forte legame, sin dal 2007, tra Mauro Mattucci e i costruttori Franco Sagretti e Sergio Foresi per la costruzione di un centro commerciale a Civitanova Marche».
E qui la Corte di Cassazione, sposando la linea della procura di Chieti e della guardia di finanza, ricostruisce le operazioni del «sodalizio criminale» capace di svuotare le aziende dei beni e poi mandarle in fallimento lasciando a secco i creditori. «Il modus operandi», si legge sulla sentenza, «era consueto e ricorrente: veniva creata una società pulita che si doveva occupare di un singolo progetto. Poi, quando l’impresa era ben avviata, venivano posti in essere una serie di reati tributari: false fatturazioni, creazione di crediti Iva da utilizzare a rimborso o per la compensazione di tributi e oneri previdenziali, abbattimento della base imponibile erariale con l’imputazione di costi fittizi». A quel punto l’azienda «veniva svuotata dei principali asset a favore di altre società create all’occorrenza o già esistenti, sempre riconducibili a Mattucci. Previa uscita formale della società destinata al fallimento o previa cessione dell’intervento realizzato ad investitori o società di leasing, Mattucci incassava rilevanti somme di denaro che provvedeva a drenare in suo favore o a favore dei sodali. Inoltre, Mattucci distribuiva i proventi (derivanti dai suddetti reati fiscali) a se stesso o ai compartecipi sotto forma di compensi erogati per lavoro dipendente o assimilato. Tale modus operandi si protraeva quantomeno dal 2005». Dunque la Cassazione ha rigettato il ricorso di Sagretti, perché i sigilli sono giustificati da «motivazione congrua». Ma torniamo al sequestro ai danni di Mattucci. Il legale dell’imprenditore, l’avvocato Alessandro Perrucci, ha annunciato il ricorso in appello. La procura di Chieti, guidata da Francesco Testa, non ha alcuna intenzione di fermarsi: una volta concluse le operazioni di sequestro, verrà inoltrata la richiesta di confisca.
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