Maxi frode al fisco, l’inchiesta a Napoli

Il gip di Chieti dichiara la propria incompetenza nell’operazione con 40 indagati: «La base della banda in Campania»
CHIETI. L’inchiesta sulla maxi frode fiscale da 63 milioni di euro passa dalla procura di Chieti a quella di Napoli. E intanto 6 indagati campani sono già tornati completamente liberi perché il gip partenopeo, a cui erano stati delegati gli interrogatori, non ha rispettato i tempi. Arriva a una svolta imprevista l’indagine che, il 13 dicembre scorso, aveva portato finanza e polizia ad arrestare 12 persone per associazione a delinquere, a denunciarne 28 e a sequestrare 387 conti correnti, 69 immobili e 31 auto. Era stata così sgominata una banda con una base a Napoli, guidata dai consulenti campani Renato De Luca e Michelangelo Maffei, e con una costola teatina, facente capo all’impresario funebre Maurizio Di Biase. Ieri mattina il gip teatino Luca De Ninis, che aveva firmato le misure cautelari su richiesta del pm Giancarlo Ciani, ha dichiarato la «propria incompetenza territoriale» ordinando il trasferimento degli atti a Napoli. E adesso torna tutto in discussione: se il nuovo giudice non dovesse applicare le misure disposte in precedenza dal collega di Chieti, gli arresti e i sequestri decadrebbero. L’incognita verrà sciolta entro 20 giorni.
Ma perché la Procura di Chieti perde la maxi inchiesta? I motivi sono illustrati nell’ordinanza notificata nelle scorse ore. La premessa è la seguente: durante gli interrogatori di garanzia, è emerso che a Napoli è già pendente un’inchiesta che ha portato ad arresti «per fatti in parte assorbenti o coincidenti e in parte estranei» a quelli contestati dalla procura di Chieti. Poi, il gip De Ninis sottolinea: «L’associazione criminosa con base a Napoli era operativa già molto tempo prima che emergessero gli elementi di prova della operatività della cellula locale». Per il giudice teatino, dunque, emerge «una sicura autonomia gestionale della cellula teatina, poiché gli stessi De Luca e Maffei assegnano ai referenti di zona la gestione dei clienti da loro procurati». Al tempo stesso, però, «non è possibile assegnare alla cellula teatina nessuna autonomia funzionale».
Tutte le operazioni illecite, infatti, sono state «eseguite sempre nella sede centrale dai due indagati campani, mentre gli incontri periferici nei locali di Di Biase sono finalizzati solo all’acquisizione delle commesse e dei documenti e al pagamento dei compensi». È vero che due degli arrestati, Matteo Veneziani e Lorenzo D’Arcangelo, «parlano della possibilità di fare da soli “le stesse cose” che fanno i campani. Ma di tale loro capacità e operatività non vi è nessuna traccia nelle indagini: al contrario quelle dichiarazioni appaiono meri propositi (Veneziani) o mere millanterie (D’Arcangelo)», conclude il gip De Ninis. Gli indagati sono difesi, tra gli altri, dagli avvocati Vittorio Supino, Goffredo Tatozzi, Augusto La Morgia, Ivan Notaristefano e Concetta Di Lizio. Alcuni degli arrestati, in attesa di conoscere le mosse della procura di Napoli, hanno comunque chiesto l’annullamento della prima ordinanza firmata dal gip di Chieti. Sono invece già cadute, per interrogatori «omessi o eseguiti fuori termine» dai giudici di Napoli e Napoli Nord, le misure nei confronti di Vincenzo Campoluogo, Michele De Luca, Assunta Guerra, Vincenzo Limongelli e Gelsomina e Gennaro Maffei.
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