«Medico colpito da infarto per i turni massacranti»: la Asl finisce sotto accusa

I giudici di Cassazione accolgono il ricorso presentato da un ortopedico: «Orari ben al di sopra della normalità, ora si accerti l’entità del danno»
CHIETI. È stato colpito da un infarto «a causa del sottodimensionamento dell’organico che l’ha costretto, per molti anni, a intollerabili ritmi e turni di lavoro». Ecco perché un medico della Asl Lanciano Vasto Chieti ha diritto ad essere risarcito dall’azienda sanitaria. È questo il senso dell’ordinanza della Cassazione (presidente Antonio Manna, relatore Andrea Zuliani), che ha accolto il ricorso presentato contro la sentenza di secondo grado da un ortopedico originario di Atessa, assistito dall’avvocato Franco Sabatini.
LA DECISIONE
La Corte d’appello dell’Aquila, «in diversa composizione», dovrà ora rivalutare la vicenda sulla base dei principi stabiliti dalla Suprema corte. I giudici aquilani avevano confermato la sentenza di primo grado, pronunciata nel 2016 a Lanciano, nella quale era stata esclusa la responsabilità della Asl, «tenuto conto che essa non aveva il potere di aumentare l’organico e di assumere altri ortopedici, né di rifiutare ricoveri e prestazioni ai pazienti». Ma questa tesi, in base all’ultima ordinanza, non è condivisibile.
IL PROVVEDIMENTO
Scrive la Cassazione: «Ciò che il ricorrente ha allegato – e che anche la Corte d’appello risulta avere dato per pacifico – è di essere stato sottoposto per molti anni a un superlavoro». Si parla di turni massacranti «e orari particolarmente intensi e prolungati, ben al di sopra della normalità».
«PROVE SUFFICIENTI»
La Corte d’appello «ha errato nel pretendere» dal medico, nel frattempo andato in pensione, l’indicazione di «ben determinate norme di sicurezza» violate dalla Asl. Secondo i giudici romani, infatti, è «idonea e sufficiente a dimostrare la nocività dell’ambiente di lavoro la prova dello svolgimento prolungato di prestazioni eccedenti un normale e tollerabile orario lavorativo».
«C’è NESSO CAUSALE»
Già «in sede amministrativa», ai fini del riconoscimento dell’equo indennizzo, è stato peraltro accertato il nesso causale tra l’infarto accusato dal medico e il superlavoro. Secondo la Cassazione, i giudici aquilani avrebbero dovuto dare «rilevanza probatoria» a questa documentazione. Non solo: è «giuridicamente errata l’affermazione, nella sentenza impugnata, secondo cui il medico avrebbe avuto l’onere di allegare “quali concreti svantaggi, privazioni e ostacoli sono derivati dalla menomazione denunciata”».
«NUOVI ACCERTAMENTI»
In ogni caso, conclude la Cassazione, per l’accertamento del «danno alla salute, e della sua effettiva entità, può bene essere disposta una consulenza tecnica d’ufficio». La sentenza impugnata è stata dunque «cassata», perché tutti i motivi di ricorso presentati dalla difesa dell’ortopedico sono stati ritenuti «fondati». Ma adesso, prima di mettere la parola fine a una battaglia giudiziaria che va avanti da quasi un decennio, dovrà tornare ad esprimersi la Corte d’appello dell’Aquila.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

