Minacce per farsi pagare l’affitto

Padre e figlio di Chieti ricattano la persona sbagliata: il collaboratore invece del titolare della ditta
LANCIANO. Lo minacciano per mesi pretendendo il pagamento di un alto affitto e arrivando quasi alle maniere forti. Ma sbagliano persona. Per i due, padre e figlio, scatta la denuncia per tentata estorsione. Raffaele e Mario Mastrangelo, 73 e 38 anni, di Chieti, sono finiti alla sbarra. L’accusa è di aver tentato di estorcere 13mila euro a chi, secondo loro, era il legale rappresentante di una società di import-export che non pagava l’affitto del locale di loro proprietà in via Renzetti.
Una somma che la vittima, F.R. di Lanciano, rappresentato dall’avvocato Michele Di Toro, non doveva affatto ai due locatari, essendo un semplice collaboratore della ditta. Ma i Mastrangelo non avrebbero badato a nulla, neanche a controllare la qualifica del lavoratore: volevano quei soldi. Così hanno minacciato per mesi l’uomo e la sua famiglia e distrutto il materiale presente nell’ufficio. Alla fine la vittima li ha denunciati. Ora i due, difesi dall’avvocato Cristiano Maria Sigari, sono stati rinviati a giudizio per concorso in tentata estorsione, dal giudice per le udienze preliminari Marina Valente. Il processo si aprirà il 5 maggio 2016.
Una vicenda anomala, che dovrà essere chiarita a processo, quella dei Mastrangelo che avrebbero tenuto in scacco per mesi, dal 3 giugno 2013 al 13 gennaio 2014, F.R. di Lanciano, chiedendogli del denaro non dovuto. Il primo atto intimidatorio è stato quello che, per l’accusa, ha visto protagonista Mario Mastrangelo. L’uomo, assieme ad un soggetto non identificato, avrebbe minacciato violentemente F.R. per ottenere il pagamento di 13mila euro, una somma non dovuta per il canone di affitto di un locale di via Renzetti, dove operava una ditta di import export della quale l’uomo era, però, solo un semplice collaboratore. In quell’occasione i due l’avrebbero minacciato che sarebbero ricorsi «ad altri rimedi» se non avesse pagato. I soldi non sono arrivati, così i due sono passati ai fatti, danneggiando stampante, computer e telefoni della ditta. «Il gesto vandalico, tra l’altro, era rimasto ignoto», racconta l’avvocato Di Toro, «solo che gli imputati poi ne hanno rivendicato la paternità nel corso di una telefonata con la moglie della vittima». La telefonata l’avrebbe fatta il più anziano, Raffaele, che poi nel corso di un’altra chiamata avrebbe detto a F.R che l’avrebbe «pestato a sangue» se non gli avesse consegnato i soldi.
La vicenda si è chiusa solo quando la vittima, non solo ha rifiutato fermamente di consegnare i soldi, ma ha anche denunciato i suoi aguzzini. Nel corso dell’udienza preliminare l’avvocato Di Toro si è costituito parte civile chiedendo un risarcimento per danni non patrimoniali di circa 20mila euro.
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