Minaccia e rapina un barista, condannato

3 Gennaio 2019

Giovane si fa dare un passaggio da un conoscente e lo costringe a prelevare soldi: pena di tre anni

CHIETI. Costrinse un barista a prelevare i soldi al bancomat e ad accompagnarlo con l’auto a Pescara. Ora, per quell’episodio avvenuto nell’agosto del 2016, è arrivata la condanna definitiva: tre anni, due mesi e dieci giorni di carcere e 1.433 euro di multa. Così la Cassazione ha rideterminato la pena nei confronti di Omar D’Amico, teatino di 25 anni, ritenuto colpevole di violenza privata, rapina e calunnia in concorso con un amico (che non ha presentato ricorso contro la sentenza di secondo grado). Reati che sintetizzano la notte da incubo vissuta da un 29enne di Chieti che ha commesso l’unico errore di fidarsi di un conoscente, il complice di D’Amico, accettando, appena uscito da un pub di via Toppi, di dare un passaggio in macchina a lui e al 25enne. Ne è scaturita una notte di terrore, dalle due e mezza alle cinque e mezza del mattino. Secondo quanto ricostruito dalla polizia, una volta all’interno dell’auto, D’Amico e il complice hanno minacciato e picchiato il malcapitato, impossessandosi del suo telefonino e del portafogli, e costringendolo anche a ritirare al bancomat 100 euro, per poi obbligarlo a portarli nel quartiere Rancitelli per acquistare droga. In via Lago di Capestrano due auto civette della Mobile, nel corso di un’operazione di controllo del territorio, hanno visto il parapiglia all’interno della macchina dove si trovavano i tre e sono intervenuti intimando l’alt alla vettura guidata dalla vittima, che è riuscita così a scendere e a sussurrare agli agenti quello che era accaduto.
Nell’auto gli investigatori hanno anche recuperato, grazie alle indicazioni del giovane pestato, un involucro con 50 grammi di hashish e poi a terra, nelle vicinanze, un altro piccolo involucro con poco meno di mezzo grammo di cocaina gettato dall’auto e probabilmente acquistato poco prima. Il giovane, visibilmente sotto choc, ha poi ringraziato i poliziotti per averlo soccorso: «Sono orgoglioso di pagare le tasse. Mi avete salvato la vita».
Dopo la condanna in primo grado, con il rito abbreviato, a quattro anni di reclusione, D’Amico ha presentato ricorso. I giudici della Corte d’Appello hanno assolto l’imputato dall’accusa di spaccio, confermato la condanna per rapina e calunnia e riqualificato il reato di sequestro di persona in quello di violenza privata: la pena è così scesa a tre anni e quattro mesi di reclusione. E in Cassazione è arrivato un ulteriore “sconto”. (g.let.)
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