Morì annegato: confermato il risarcimento

22 Dicembre 2018

Dopo 12 anni e 5 gradi di giudizio la Corte di Cassazione chiude il caso del giovane musicista Di Menno Di Bucchianico

LANCIANO. Si chiude dopo 12 anni, 5 gradi di giudizio e tanto dolore il caso della morte di Angelo Di Menno Di Bucchianico, il 17enne che nella notte tra l'8 e il 9 agosto 2006 morì, per annegamento, nella piscina dell’hotel dove era andato con gli amici per festeggiare il compleanno di una ragazza. Da quella morte scaturì il processo per omicidio colposo nei confronti di Fabio Cozzolino e Rocco Olivieri - allora rispettivamente titolare e gestore del catering dell’hotel dove ci fu la festa - accusati di omicidio colposo. Dopo 5 gradi di giudizio a mettere il punto definitivo è la Cassazione che ha dichiarato inammissibile l’ultimo ricorso presentato dall’avvocato Alessandro Troilo per conto di Olivieri. Ora non ci sono più appelli e la famiglia dovrà essere risarcita, anche se i soldi, i 200.000 euro stabiliti già dalla Corte di appello dell’Aquila anni fa, non riporteranno in vita Angelo che quella sera si tuffò nella piscina esterna dell’hotel con una quindicina di ragazzi, ma non riuscì più a riemergere. Il corpo senza vita fu scoperto intorno alle 2 sul fondale della piscina.
Il tribunale di Lanciano, in primo grado, assolse Cozzolino e Olivieri con formula piena. Poi i genitori di Angelo, assistiti dall’avvocato Alfonso Ucci, e la Procura, fecero ricorso in appello, all’Aquila. La Corte ribaltò la sentenza di primo grado e condannò entrambi a otto mesi di reclusione, pena sospesa, e a 200mila euro di risarcimento a titolo provvisionale alle parti civili, i genitori e i nonni del giovane. Nel 2013 si è arrivati in Cassazione che ha confermato la condanna per Cozzolino e annullato la decisione della Corte d’appello per quanto riguardava la posizione di Olivieri rimandando gli atti alla Corte d’appello di Perugia. Che stabilì il non doversi procedere per intervenuta prescrizione del reato ma confermò le statuizioni civili rese dall’appello dell’Aquila in materia risarcitoria, perché Olivieri avrebbe avuto corresponsabilità nella morte perché gestore della festa. L’avvocato Troilo ha presentato ricorso in Cassazione “perché la Corte perugina non avrebbe rispettato le indicazioni degli ermellini, cioè di rivalutare le prove anche risentendo i test”. La Suprema corte, invece, ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che la Corte di Perugia ha ben agito, ha fornito valutazioni diverse delle prove, dato argomentazioni aggiuntive rispetto a quelle dell’Aquila giungendo alla stessa sentenza e confermando il risarcimento. «Sono soddisfatto», dice l’avvocato Ucci, «dopo anni di battaglie, giustizia è stata fatta in memoria di Angelo. La sua famiglia ha sempre sostenuto che il figlio sapesse nuotare e che l’origine della morte fosse da attribuire al fatto che la sera della festa la piscina fosse incustodita».
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