Morì per un’ernia, il giudice non archivia

30 Maggio 2020

Caso Di Nardo: il gip rigetta la domanda e dispone nuovi accertamenti concedendo sei mesi. Soddisfatta la parte civile

VASTO . Caso Di Nardo: il gip Fabrizio Pasquale scioglie la riserva, rigetta la richiesta di archiviazione e chiede ulteriori indagini da compiere entro 6 mesi. Gli atti tornano al pm. Grande la soddisfazione dell’avvocato Enrico Valentini del foro di Roma che insieme al collega Pierpaolo Andreoni rappresenta la parte civile. «Non possiamo che essere soddisfatti», dicono i due penalisti, «abbiamo fatto un altro passo in avanti verso la verità su un episodio che non può chiudersi con un’archiviazione senza approfondimenti».
Colpo di scena, dunque, nella triste vicenda di Lorenzo Di Nardo, 67 anni, di Fresagrandinaria, morto tre anni fa dopo un’operazione di ernia. L’indagine, che vede indagati 13 operatori sanitari, dovrà essere approfondita. Stando alle conclusioni della perizia legale, le cure per Di Nardo furono congrue. Di Nardo morì a distanza di due giorni da una seconda operazione compiuta in seguito a complicanze insorte dopo un intervento di ernia. La perizia fu eseguita da un pool di otto anatomopatologi. Accanto ai periti della Procura, sei consulenti incaricati dagli indagati. In base alle conclusioni della perizia, dall’esame non sarebbe emerso nulla di riconducibile a una conseguenza letale. Gli esami istologici non accuserebbero gli indagati. Quando Di Nardo tornò in ospedale la Tac era rotta. Il paziente fu operato dopo una Tac fatta a Lanciano.
«Anche se lo strumento era rotto nell’effettuazione della Tac addominale, non influì sul decorso clinico e dunque sulla morte del paziente», spiegarono i periti.
Le parti offese non si sono arrese ed hanno conferito incarico di una ulteriore perizia al dottor Sandro Leonardi e a confutazione dell’elaborato peritale dei consulenti del pm, Leonardi è arrivato a conclusioni opposte, evidenziando una sostanziale responsabilità almeno di alcuni tra gli indagati. Quantomeno dal punto di vista della negligenza e della imprudenza. Il giudice Pasquale nel provvedimento redatto con la collaborazione del giudice Michelina Iannetta ha chiesto per questo approfondimenti sul quadro clinico, sulla natura dei due interventi, ma anche se la prima operazione fosse stata fatta correttamente, la condotta assistenziale, se il ritardo nella seconda operazione dovuto al trasferimento a Lanciano per fare la Tac possa avere influito.
Quello di Di Nardo avrebbe dovuto essere un intervento di routine. Tre ore dopo il 67enne, ricoverato in day surgery, era a casa. I problemi arrivarono qualche ora dopo: ricomparvero i dolori. Fu necessario un nuovo ricovero e un nuovo intervento. Tutto inutile. L’autopsia stabilì che la morte fu provocata dalla perforazione della parete posteriore del colon che determinò un’infezione difficile diagnosticare perché erano assenti i segnali clinici dell’infezione. (p.c.)
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