Non risponde l’accusato di spaccio
Di Donato dal giudice. Il difensore: il suo ruolo è secondario
LANCIANO. Si è avvalso della facoltà di non rispondere Antonio Di Donato, uno dei tre abruzzesi arrestati nell’operazione “Orange horse” della polizia stradale di Roma con la collaborazione di quella di Chieti-Lanciano. L’uomo, 32 anni, residente a Bomba, è detenuto nel carcere di Villa Stanazzo da giovedì scorso e ieri è stato interrogato dal Gip del tribunale di Lanciano, Francesco Marino, delegato dalla Procura di Roma. Assistito dal suo legale, l’avvocato Massimiliano Sichetti, Di Donato ha preferito non rispondere alle domande del giudice sul suo coinvolgimento nel traffico internazionale, nonché nello spaccio a livello locale, di marijuana-sensimilla, acquistata dall’Olanda e fatta passare per la Frentania e la Val di Sangro prima di approdare nella Capitale.
«Il ruolo del mio assistito è secondario e sono fiducioso che verrà ridimensionato», commenta l’avvocato Sichetti, «compare nelle intercettazioni telefoniche ma non è stato parte attiva dell’organizzazione come altri coinvolti. I fatti contestati, poi, risalgono a due anni fa (riguardano il biennio 2012-2013, ndc). Non sussistono più le esigenze cautelari per detenerlo in carcere». Per questo motivo il legale ha presentato istanza di scarcerazione o, in subordine, gli arresti domiciliari.
Gli altri due abruzzesi coinvolti sono i fratelli Emiliano e Federica Di Maddalena, 37 e 40 anni, di Pennadomo. Lui è in carcere a Roma, lei ai domiciliari nella sua abitazione nella Capitale. Secondo le accuse, i tre controllavano il transito della droga nel Frentano e gestivano autonomamente lo spaccio locale. I carichi di droga provenienti dall’Olanda e diretti a Roma venivano fatti arrivare in Val di Sangro a bordo di furgoni. Lo stupefacente veniva poi fatto ripartire alla volta della Capitale in borse-valige su autobus di linea.
Stefania Sorge
©RIPRODUZIONE RISERVATA

